30 giorni a Santiago

Mi svegliai di soprassalto, ancora una volta.
Mi capitava spesso di addormentarmi, di cadere in un sonno profondo e poi ritrovarmi desto nel pieno della notte. Sognavo di essere a casa nel mio letto, che tutto era stato solo un sogno, ma il mio corpo lo sapeva dov’ero e così si ribellava spalancandomi gli occhi, portandomi nel buio di un albergue, nel mio sacco a pelo. Mi svegliavo ed ero pronto a partire, lo sentivo nelle gambe, davanti a me ancora tanti giorni a Santiago, e volevano andare, ma dopo un’occhiata all’orologio ricadevo nel sonno, che era necessario più al corpo che alla mente.
Due donne, forse tre, mi dicevano di non preoccuparmi, che andava tutto bene. Mi chiedevano se stavo bene e ancora di non preoccuparmi. Io in effetti non ero preoccupato di nulla, anche perché non ne vedevo il motivo. Poi capii, avevo vomitato. Al mio fianco destro una pozzanghera di vomito rossa si stava espandendo verso gli altri sacchi a pelo. Nel buio della palestra una minaccia melmosa si era stampata al suolo come uno dei tanti timbri che si ricevono lungo il cammino e che attestano il tuo passaggio.
Avevo bevuto troppo la sera prima, questo lo ricordavo, “vino tinto” come dicono gli spagnoli.
Santiago si avvicinava e iniziavo ad essere euforico. Così decisi di concedermi una serata di festeggiamenti assieme ai miei fedeli compagni di viaggio e amici del cammino.
Sin dal mio arrivo a Saint Jean Pied de Port ero tacitamente entrato a far parte di una grande famiglia camminante in cui ognuno si preoccupava dell’altro, non era considerata un’azione inusuale bucarsi le vesciche a vicenda, e ora queste donne stavano pulendo il mio vomito ridacchiando di tanto in tanto, e a buona ragione, tra loro.
«¿Estás bien?» mi domandava la donna più coraggiosa, che con l’aiuto di metri di Scottex e carta igienica tamponava e poi raccoglieva in buste di plastica il prodotto delle mie malefatte.
«Yes, I’m sorry, gracias» o qualcosa del genere, credo di aver borbottato…
Mi guardai intorno: centinaia di sacchi a pelo distesi in quella palestra. Fuori pioveva. Mi alzai, raggiunsi il bagno. Vomitai, per la puzza di urina più che altro. Poi guardai fuori, fumai una sigaretta. Santiago era vicina, e io stavo arrivando…

Che cos’è la solitudine?

L’esperienza del cammino si inserisce così naturalmente in quella che per indole rappresenta la normalità di una persona, che provare a raccontare le sensazioni del vissuto rappresenterebbe un compito difficile e allo stesso tempo forzato. La scoperta più importante che il cammino ti regala è proprio questa.
Se provassi per un attimo a riflettere sugli eventi che regolano la mia giornata concluderei sicuramente che quello che faccio non interessa a nessuno. Ebbene qual è la differenza?
La differenza sta nel fatto che incuriosisce e si ammira una persona che riesce a travalicare e a sconfiggere il confine che segna la compagnia delle altre persone e lo stare “da soli”, così da esaudire la propria curiosità e trarne spunto e forza per eseguire azioni in solitudine.
La sensazione di solitudine spaventa chiunque ed è uno dei motivi che, purtroppo, spesso legano due persone rinunciando ai sentimenti tipici dell’amore.
La solitudine quindi è un sentimento che viene messo da parte e viene considerata una condizione piuttosto che un valore da coltivare. Molto spesso accolliamo agli altri i nostri fallimenti, le carenze di quella parte che in noi è rimasta insoddisfatta e inascoltata, con la conseguenza di non stare bene con sé stessi.
Imparare a convivere con il nostro essere, coi nostri pensieri e con i nostri desideri dovrebbe essere un imperativo a cui tutti dovremmo aspirare per riuscire ad accettare la nostra condizione, per riuscire ad accettare che anche noi possiamo essere felici.

E’ meglio che tu sappia questo prima di intraprendere un viaggio: sei sempre solo. Anche quando sei con qualcuno, quando parli con un altro, sei solo. E questo è uno dei pensieri più propositivi rivolti alla vita che tu possa avere. Prendi atto di questo. Accetta di essere solo e apprezzerai ogni momento della tua vita in cui gli altri ti doneranno la loro compagnia.

Che cos’è la solitudine?

I girasoli si voltano al sole e lo osservano accogliendone i raggi, ogni giorno come se fosse la prima volta, come se nascessero e morissero tante volte nella loro vita.
I girasoli nascono per seguire il sole, è nella loro natura, è il loro destino. Il sole gli dà la vita e loro la prendono.
Qualche volta capita di osservarne uno che intrepido ha sfidato la sua stessa natura, ma è un fiore secco ripiegato sotto il suo stesso peso. Questo fiore è morto ribellandosi al suo essere ma la natura l’ha punito ricordandogli chi fosse con la morte. E’ appassito perché andato contro il suo destino naturale in quanto fiore.
Tutti i girasoli che mi stanno leggendo dovrebbero seguire il loro sole o presto o tardi moriranno dentro ritrovandosi senza un punto di riferimento, quello a cui ognuno di noi fa ritorno quando ha bisogno di sicurezza e conforto. Mai perdere di vista il proprio sole.
O la natura del tuo essere imploderà in sé stessa.
O sarai troppo lontano da te, e te dai tuoi simili.
O i giorni passeranno e non sarai più niente.
Voltati ogni giorno e accogli il tuo sole con rinnovato entusiasmo.
Presto imparerai a non farci più caso, poiché sai che un buon amico non ti abbandona mai: percorri la tua strada e non devi preoccuparti di lui perché sai che è lì dietro al tuo orecchio bruciacchiato, che si leva da est e finisce a ovest, e non c’è altro da sapere. Il resto verrà da sé.

Che cos’è la solitudine?

Otto sono le sequenze della fontana nel parco dell’Alameda in Santiago, che getta i suoi spruzzi con apparenti ripetizioni monotone.
Chiunque potrebbe osservare che si susseguono all’infinito non modificando alcun evento che non sia connesso al muoversi dell’acqua torpida o allo sguazzare dei cigni che vi abitano.
Ma quando dico “chiunque” intendo lasciare da parte i più attenti.
Uno, due, tre, gli schizzi volano in alto dispiegandosi in forme amorfe brillanti, andandosi poi a ripiegare su sé stesse in acrobazie miracolose, mescolandosi poi nella vasca assieme alle altre gocce. Lo spettatore ne è rapito e si lascia andare facendosi trasportare in mille sogni. Gli occhi ne sono rapiti e roteano incantati. Tutto in lui si va a identificare con l’elemento stesso da cui proviene, e accenna quasi un saltello quando avverte che una sequenza sta per trasformarsi in spettacolo.
Ecco che ridicolizza chi sostiene la tesi riguardo l’apparente staticità degli oggetti, tesi secondi cui una fontana è formata da sequenze monotone che si ripetono nel tempo senza fine né scopo.
Ecco che l’osservatore diventa il punto di rottura tra il sogno e il reale: le gocce schizzano, si separano in alto e ritornano nella vasca, l’osservatore ne coglie l’essenza e le riporta in alto lasciandole lì per sempre, andandole poi ad ammirare nei suoi pensieri.
Le sequenze della fontana del parco dell’Alameda in Santiago sono sempre otto, ma le combinazioni degli eventi che possono verificarsi mentre ne ricerchiamo la logica possono essere infinite.
Quanti viaggiatori partiranno? E quanti invece faranno ritorno?
Quante vite nuove si sostituiranno alle vecchie?
Quanti semafori ruberanno il tempo a chi deve attraversare?
E quanti baci gli amanti si scambieranno guardando da lontano la cattedrale di Santiago?
Infinite, sequenze, monotone pulsanti. Umane contraddizioni eppure consequenziali sviluppi al procedere della vita.
L’osservatore attento annota le sequenze con cura maniacale, eppure è ignaro di tutto questo.
Annoto i suoi movimenti: troppo occupato a vivere, la sua, di vita.
Mi perdo osservando lo spettacolo a cui le azioni meccaniche volte al flusso incontrollato di coscienza hanno dato inizio… Sconfinando fra realtà e scrittura, smarrimento e sogno, la testa si assume un limite, che si impone quando decide che non riesce a superarsi. Ecco perché sognare ad occhi aperti è un modo per sfuggire a una realtà che a volte ci è scomoda, realtà che paradossalmente è costruita, pezzo per pezzo, da noi stessi.
Ecco che a volte arrivo a conclusioni che superano di gran lunga la mia capacità di ragionamento, o comunque non riesco più ad andare avanti. Questo è il mio limite, o il limite della parola stessa. In quanto espressione, sì deliberata del pensiero, è soggetta a regole che molto spesso entrano in conflitto col defluire libero e naturale della sua intenzione premeditata di credersi immortale. Alla fine si rende conto dei suoi limiti, e quando è insoddisfatta è ormai troppo tardi per lo scrivente, che è il mezzo, lo sfruttato, il corpo in balia dei suoi capricci, che diventa inerme e non può far altro che arrendersi ai suoi impulsi.
Ma allo stesso tempo un corpo senza la parola sarebbe come un corpo privo di ossa.

Io non ci credo all’apparente staticità degli oggetti. Essi vivono, respirano, agiscono, si reincarnano in passato, in speranze per il futuro, e pulsano, a volte piano, a volte molto forte. Potremmo non farci caso, potremmo posare un po’ lo zaino per far riposare la schiena, ma inevitabilmente ci renderemmo conto che gli oggetti al suo interno ci appartengono e noi a loro.
A volte faranno male: ci saranno giorni in cui si faranno sentire più del solito, giorni…
«Scusi ha una penna?»
«Sì ecco»
REPARTO TAC ED ECOGRAFIE: TIROIDE NEI LIMITI VOLUMETRICI AD ECOSTRUTTURA OMOGENEA.
Queste maledette penne ti lasciano sempre sul più bello.
«Avanti un altro!» Il medico mi passa distrattamente l’ecografia annunciando il prossimo paziente.
…giorni in cui la schiena vorrà piegarsi in due, e malediremo ogni grammo che stiamo portando, grammi che sono oggetti, oggetti che raccontano noi. Verranno invece giorni in cui lo zaino non peserà affatto, e ci lamenteremo per il poco peso. Giorni in cui lo zaino lo avremo dimenticato, e con esso una parte di noi. Giorni in cui lo zaino non l’avremo più, e allora rimpiangeremo ogni piaga, vescica o tendinite poiché ad ognuno di questi è collegato un dolore, una sfida che abbiamo superato che ci ha resi più forti e ricchi, e un ricordo, che assieme a tanti altri hanno costruito ciò che siamo.

E noi abbiamo il diritto di scegliere nella nostra vita. Abbiamo il diritto di scegliere gli oggetti che portiamo addosso ogni giorno, poiché ce ne sono alcuni di cui vale la pena disfarci lasciandoli nell’albergue di Bercianos, o lanciandoli nell’oceano dalle coste di Finisterre. Abbiamo il diritto, e non il dovere dell’accettazione, di circondarci degli oggetti che amiamo, poiché alla fine del viaggio nulla più del tuo zaino ti dirà cosa hai lasciato, e cosa sei diventato.
Imparare a buttare via le cose non è un esercizio facile, richiede molti sforzi e non sempre si è pronti, in verità nessuno lo è mai. Il problema sta nel procedimento. Illudersi di far a meno di una parte di sé è una delle cause che ci porta a tornare indietro sui nostri passi, passi che paghiamo uno dopo l’altro a caro prezzo per fatica e dispendio di energie.
Imparare a buttare via le cose richiede invece un elemento da cui sempre troppe persone scappano: affrontare le cose per fargli perdere valore. Questo è l’unico procedimento per riuscire a portare gli oggetti che amiamo davvero. Alla fine ne sarà valsa la pena.
Prendete un oggetto di cui volete disfarvi e affrontatelo, ridicolizzatelo e mettetelo da parte. Perderà potenza e farà posto a un qualcosa di migliore.
Così come liberarci da essi ci rende persone nuove, donare un po’ del proprio essere e rinchiuderlo in un oggetto può dar vita a un qualcuno che non è più. Portarlo in alto al sicuro, a 750 metri, lì dove ogni giorno sorge Pamplona, vuol dire ridargli la vita, collegandolo per sempre al tuo ricordo.
E in qualche modo vivrà per sempre.

Che cos’è la solitudine?

Il cammino non appartiene al cammino. E’ questa la soluzione al dilemma riguardo l’enormità di questa sensazione di nuovo che si respira e ti avvolge sulla strada, quando parti decidendo di lasciare tutto alle spalle e di non guardare mai indietro, col sole che ti batte la schiena e i piedi stanchi che schizzano in avanti come molle senza fine.
E a domandarsi del cammino si riceverebbero risposte prive di senso. Sarebbe come domandarsi sulla forma della nuvole o interrogarsi sullo scorrere dei minuti, del succedersi del giorno alla notte.
E’ a questo punto che la nostra responsabilità, che comporta l’essere liberi, deve riuscire a non darsi risposte per non imprigionarle in sé stesse, perché la prima formula dell’essere liberi è imparare ad accettare lo scorrere incondizionato degli eventi, a cui non possiamo far altro che assistere e restare in noi.
Dopotutto il tempo è solo percezione.
Persistendo nel nostro essere liberi ci avvaliamo del potere di scelta sulla storia della nostra vita. Vivere nel tempo e non volerlo controllare affatto è vivere seguendo naturalmente la potenza di cui siamo composti. Potenza che a volte ci si riversa contro lanciando segnali d’allarme, che dovremmo interpretare come suggerimenti anziché insulti.

Il cammino non appartiene al cammino, il cammino non esiste. Ed io non ho mai parlato di lui.
Ho parlato dello svegliarsi la mattina, del bere il caffellatte, dell’andare a lavoro, di restare bloccati nel traffico, di una buona e una cattiva notizia, di quelle cose a cui non possiamo farci proprio nulla, del fare l’amore, del tornare a casa stanchi la sera, di incontrare le persone a cui vogliamo bene, degli ostacoli insormontabili, di un obiettivo superato, della pioggia e del bel tempo, delle salite e delle discese, dell’incontrare un amico e domandargli come sta, di quei giorni in cui siamo forti e di quelli in cui chiediamo aiuto, dello stare soli e non esserlo mai, dello stare soli in mezzo a tante persone, dei ricordi buoni e di quelli che vorremmo cancellare, di noi, degli altri, del partire da soli e non esserlo mai.
Il cammino non appartiene al cammino, questa, è la vita:
Incontrerai Silvia, vecchia roccia, che ti farà ridere dopo essere rimasta bloccata in un bagno pubblico.
Incontrerai Marco, che ti dimostrerà che la vita inizia a cinquant’anni.
Incontrerai Edoardo, che mangerà merendine come una donna incinta.
Incontrerai Nayla, la sua fragilità, la sua tendinite.
Incontrerai Marco, i cui piedi vanno molto veloce.
Incontrerai Martina, che ti chiederà di scartare la carne dal piatto, a te che sei vegetariano.
Incontrerai Virginia, e il grande Faber.
Incontrerai Elisa, la sua timidezza.
Incontrerai Pietro, la sua volontà.
Incontrerai Suzan, e la sua risata contagiosa.
Incontrerai Francesco e il suo cammino Roma-Santiago, andata e ritorno.
Incontrerai Julie, e il suo cavallo.
Incontrerai Josè, eremita da vent’anni.
Incontrerai i tuoi compagni di viaggio Davide, il filosofo, solo che non lo sa, che ti ricorderà che anche tu hai avuto vent’anni.
Incontrerai Maria, a cui porterai lo zaino per alleviare la sua tendinite, perdendo poi la strada e la dignità.
Incontrerai tante persone che hanno un solo nome, ma soprattutto incontrerai te.
E non sarai mai solo.

Che cos’è la solitudine?

E’ paura di vivere, di amare sé stessi, di sentirsi vivi, di spingersi oltre le proprie capacità, di guardare dietro l’orizzonte e scoprire chi siamo.
E’ paura di esistere, di riuscire ad affermare “io sono” desiderando di non scomparire.
Solitudine è desiderio di sconfiggere la morte.
Solitudine è paura di scoprire che non sei solo.
Sentirsi soli e rifiutare gli altri è avvicinarsi alla fine.
Essere soli e non cercare gli altri è arrendersi alla morte.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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