Il risveglio

Ho dormito
forse
in una notte
quattordici anni
sognando un mondo
più svelto
più grande
e colorato di questo
guardandomi sudare
in attesa del tempo
che non perdona
e si riprende indietro
tutto-anche
le macchie indelebili
lasciate ad asciugare
non scompaiono
se le dimentichi nei silenzi-bussano
imprimendosi
in memorie di altre menti
sporche
sommesse
connesse alla tua-ma
nessuna osa parlare
delle proprie percezioni
almeno non ancora, i tempi
non sono maturi abbastanza
per poter dar voce alle parole del disastro
e forse non lo saranno mai.
Ma poiché il tempo
concupisce il movimento
la sofferenza risponde
frammentaria
in arte, l’amore
non fa più parte
di una nostra fantasia.
Il tremendo tutto
ci ha coperti di polvere e ossa
rendendoci uguali
è strisciato dentro
come un serpente
logorando i sensi
non ha lasciato niente.
Tu non hai mai vissuto
nè qui
né altrove, nessuno
ti ha mai visto, nessuno
bacerà il tuo corpo
o chiamerà il tuo nome
neanche le tue gesta
neanche una parola
uscirà dal grande fuoco.
La casa nella testa
non trova fondamenta-implode
sconvolta-quanto
ci hai sbattuto-non ti è
mai bastato-ti è
sempre piaciuto
trovarlo interessante-ma sai
che non è così-non vuoi
uscirne veramente.
-Sei pronta al prossimo giro?
-Non lo so, avrei smesso da qualche anno
-Male, dovresti riabituarti, non hai
solo sangue lì dentro
-Lo sai, dovresti farci caso
ogni volta che ne resti devastato-e poi
esce fuori e devasta pure il resto-e tu
sei lì e non puoi farci niente
perché lo sapevi che
prima o poi sarebbe successo.
Racconti un contagio
che non ha forma né nome
se non nella sua forma.
Quindi tanto vale
calarsi in ciò che sei
e vivere di conseguenza-seppur
ti scrivo ma
sei dentro la mia parte-quale parte?
Ho provato a cancellarti ma
vivi-e allora vivi-con me.
Allevierò
le tue piaghe se
siederai
aspettandomi
così avvolto
schiavo
del tuo tempo
così aperto
che ti accorgi che
hai trent’anni
Così stanco
che
ho dormito
su
me stesso.

Caramelle alla menta

Fuori il tempo
girava alla rovescia
e io succhiavo
caramelle alla menta
cercando
di afferrare
l’inafferrabile
orbita
in orbite
Me ne andavo-per tornare
per lasciare fuori
le cose insoddisfatte
della noia-la potenza
mi prendevo indietro
un po’ di me-perso. Allora
avanzavo, succhiando
per ricordarmi il sapore
di aria nuova-nella testa
mi parlavano i morti
Solo qualche passo mi dicevo
ma in realtà un pezzo di me
stava andando via per sempre
e io lo lasciavo-lui-mi diceva
non era affaticato-ma libero
e non pensava al passo
che aveva appena ucciso-io no
ci ripensavo
e correvo indietro a raccontarlo:
Dimmi di quali bei sogni hai vissuto
e se alcuni di essi hai dimenticato
Ora che non sei
più buio
né silenzio
la distanza mia
da quella tua
è rimasta sospesa-eppure
calpestare lo stesso
queste pietre
che riconoscono i miei piedi
affaticati e stanchi
dal troppo andare e tornare
che non fissano radici nel terreno
né se ne meravigliano ormai
poiché
COSI’ MUTEVOLE E’ IL SILENZIO
e l’abbandono delle idee
e l’essere svegli e soffrire
ma non dei propri passi
ma di quelli proiettati
che continuano ad andare
per inerzia
da quel giorno in cui
cambiammo direzione
per la via più comoda
lasciandoci guardare
da chi ci ha assicurato
di conoscere la strada giusta-
quella che non avrebbe recato
interferenze col passato-poiché
COSI’ MUTEVOLE E’ IL SILENZIO
che ci inganna sul tempo
venuto a reclamare
le parole risparmiate
fingendo di star via-eppure
sentire lo stesso
queste voci
che scompaiono sempre
che dimentico sempre.

Ma alla fine tutto torna-poiché
vive nello spazio
e continua nello spazio.

Canzone di un marinaio triste

PAUSE – REWIND
Oh impercettibile
tempo
che passa
affido a te
le mie speranze
rimaste rassegnate
poiché seppur col pensiero
io riesca ad andare così lontano
mi rendo conto che i miei angoli
vengono continuamente smussati
dall’avidità dei giorni
Conto quelli che mancano
che mi porteranno di nuovo a te
e finalmente riceverò il mio perdono
e io l’aspetto
mettendo da parte
ciò che sono diventato
uccidendomi a poco a poco
E io lo faccio
sperando di eliminare tutte le tracce
così sarò di nuovo da te
e ti abbraccerò ancora più forte
e non andrò mai più via
Per ora accetta questa promessa
e tu afferra il tempo
tu che l’hai sempre controllato avidamente
Persino al di là del mare
le lancette scoccano
dividendo l’aria in due:
ne ascolto i movimenti
e solo quelli mi parlano adesso
neanche tu lo fai più
Per ora accetta la promessa
di questo stupido
marinaio
triste
E’ vero sono andato
ma ora sto tornando
e ti giuro che sono morto
e tu lo vedrai che non esisto
potrai prenderti ciò che resta
tanto di anima
ne hai a sufficienza per due
Ora sto tornando:
scivolerò sotto le tue lenzuola
e non me ne andrò più via
e stavolta sarà per sempre

FORWARD – PAUSE
Delle risposte che andranno perdute

Oh tempo fibrillante
sento il tuo peso
gravare sul mio grembo
e ora mi duole
come il ricordo
di averti avuto
fra le braccia
Annodavo i tuo capelli
fra le dita
e annodavo le parole
a porti senza ritorno e
a ormeggi senza desideri
Ora, adesso almeno
uno ne è rimasto
e sospiro molte volte al giorno
stringendo
la tua foto
tra le mani
e le mani con le mani
fingendo che siano le tue
mentre so
che vivi dall’altra parte, ancora
(la più scura
così tanto
che neanche il nostro faro
riesce a illuminare)
E un mare
adesso
ci divide
distanzia
i nostri discorsi
rendendoci
così lontani
e io non posso
nemmeno spiegarti
che mi mancano le tue parole tristi
il tuo modo sincero
di nuotare controcorrente
Non posso
ma sai che ci ho provato
riservando le lacrime alla fine
perché poi non avrei potuto
aggiungere altro
Ora tra di noi un mare scorre
d’incomunicabilità
che ci ha resi
distanti
per sempre

STOP
Del mare che non ha colpe

Che colpe
mi date?
Chiese
il mare
indomito
Se alle vostre parole
avete anteposto
distanze?
Se le persone
hanno colmato il vuoto
lasciato dalla sterilità?
Voi
come pensate
di vivere una vita credibile
se non credete
neanche in voi stessi?
Oh se i miei pensieri fossero inchiostro
Quante cose avete perso
per paura di avanzare?
Riempirei
secchi vuoti
e teste rotte
schizzando in corpi comodi
e parole sconce
Bagnerei le vostre teste
che spuntano come bozzi
sulle spalle ricurve
sotto il peso del nulla
Avanzerei comodamente anch’io
godendomi lo spettacolo:
la distruzione
che degenera in creazione
Di colpo mille e mille foglie
compariranno nelle tasche
di quelli che hanno sempre taciuto
E’ arrivato il momento di dimostrare
che siete parte di voi stessi
Quante cose avete perso
per paura di annegare?

La perdita degli oggetti

Disse una volta l’uomo della verità
«Si ‘sta capa putesse sta’ ferme
‘a mantenesse
cu’ sti mmane
pure si o rieste continuasse a gghì…
perdesse volentieri
pure ‘sti piedi
ca me portano luntano
e nun vanno mai arret».
Salì quindi sulla sedia
fatta di sogni e schegge incollate
e disse: «buca la carta
buca la carta
nulla resta
se non la conquista».
Chi è di natura in essere
scagli il suo cervello contro i porci
affinché ammutoliscano
poiché
non tutti gli essere sono uguali
esistono differenze anche tra pari
ma loro non lo sanno
non diteglielo!
Oppure provateci
e aspettatevi
fili di saliva che percorrono la bocca
o linguaggi che capirete
ma così lontani da voi
non provateci a capirli
Loro hanno già scelto una vita troppo facile
per poter essere celebrata
si circondano di frasi fatte per nascondere
la solitudine
delle loro inconfessate debolezze
e credono di esser vivi
quando in realtà
bruciano i loro polmoni con l’aria più mortale
e avvelenano la loro mente
credendo di riscattare
la loro condizione
Forse solo la faccia resta reale
non è impassibile all’accettazione
comunica un qualcosa
che non ha potuto scegliere
Gli oggetti non cedono
alla forma della mano
scivolano sgretolandosi
verso altri universi
perdendo efficacia
divenendo meccanicità alienante
che non raggiunge
l’interezza essenziale dei movimenti
comuni alle altre bestie
Le sagome degli oggetti
si scontrano
e si sorpassano: «buca la carta
buca la carta
nulla resta
se non la conquista?»
Dalla perdita degli oggetti:
1. Adesione alla mescolanza
PERDUTA
2. Presa a conquista della materia?
Ruvidezza
Arida
Sabbiosa
PERDUTA
3. Continuare –TIC TAC
minuti battenti rivolti al polso/PRIORITA’
– Pick sogna
– Pick scrive
– Pick dimentica
TRASPARE
4. Restarsene scomodi e impassibili
in un corpo che esige e migra di continuo
e non afferrare
neanche uno di quei momenti
in cui fermarsi a bere
poiché non c’è più tempo
Qualcuno se n’è andato
portando spazio al nuovo
prendendo pure il resto
(PICK) RESPIRA
Tenetevi strette
le vostre convenzioni
e la gestualità di circostanza
Tenetevi strette le vostre convinzioni
e le false credenze
Tenetevi stretti
gli oggetti
a voi stessi
perché senza di voi
non siete più niente
INSPIRA_

La stanza si muove

Io
non ho mai
aspettato
l’inverno
eppure affinché arrivasse
ho continuato a strappare le mie
foglie morte
affinché arrivassero come
pelle morta
sospinta in superficie
rimaste lungo queste pareti bianche
una volta riempite di sogni
sagome ingiallite
che reclamano una scomparsa
di storie, di racconti
sbiaditi, unti
consumati
raccontati fino a notte fonda
e poi vissuti
solo per sperimentarne il fascino
vissuti
ad ogni costo
emarginando il resto
lasciando agli altri
la dicotomia della confusione
e della noia
dimenticando
che sono io il terzo escluso
perché la psicoanalisi e lo shampoo
li ho scoperti sempre troppo tardi.
Potrei lasciare che la forma delle cose
mi consumi a poco a poco
urtandomi
mettermi da parte
seduto
ad aspettare il mio riscatto
quello tanto ambito
desiderato
perlopiù impresso nelle pupille
pronte a schizzare fuori in avanti
per la forza
che è servita a stare fermo.
Ma se scrivo…
se scrivo prorompo oltre la porta coi denti
e lascio che i pugni sanguinino per le ferite
getto luce
non sugli altri
ma sul mio stesso futuro
e allora non ho più paura di chi sono:
mi rassegno alla condizione di essere in passaggio
su una terra che non è la mia
né mi appartiene
poiché non possiedo nulla
e nulla mi appartiene
neanche queste ossa
neanche le parole.
Se scrivo
è perché mi abbandono a questo lato
Se scrivo
è perché sono vivo
e un po’ mi dispiace.

La tempesta

Il vento ti suggeriva la mia presenza
e tu te ne accorgesti che ero già nell’aria.
Ti voltasti recitando male la parte di una sorpresa
riconoscesti subito che in me c’era qualcosa
che non apparteneva a questo pianeta.
Riconoscesti quell’odore che hai annusato più e più volte
quando il resto delle parti del tuo corpo
proclamavano una sostituzione
poiché non si sarebbero mai abituate
a una tale assenza di vuoto
che avrebbe pesato sempre a ogni passo.
In me ogni cosa era in tempesta
ma da lì a poche ore
tutto si sarebbe sistemato ancora.
Sarebbe venuta una quiete spaventosa
più di quell’inferno stesso
che si porta via ogni cosa
e lascia solo detriti e carcasse di ricordi.
Combattevo la mia tempesta
ma c’era ancora tempo per mettere da parte le banalità
e lasciarsi andare alla conversazione
quella in cui vince chi abbassa per prima la sguardo
ed ha più storie da raccontare
(perlopiù è uno che dice tante cose
nel minor tempo possibile
in modo divertente
e non troppo complicato)
io naturalmente non ero bravo in nessuna di queste.
Mi domandasti se va tutto bene. Ti dissi di sì ma non ti convinsi.
E forse fu l’aria del mare che continuava a soffiare
che arrivò alle tue narici
che rese le tue parole più basse.
Mi dicesti di avvicinarmi. E la tempesta che era in me
che stava per fare spazio a cose nuove
prese d’ostaggio anche te e i tuoi ricordi.
Arretrasti di un passo
e mi chiedesti di vederci ancora
e nei tuoi occhi – squarci nel ventre
cieli d’ambra riflessi sul mare
una casa bianca
e la mia immagine di chi sono stato mi parla.
A destra mio figlio gioca tirandomi le mani
mi domanda:
«Cosa guardi laggiù?
Qualcuno che conosci?
Chi saluti sorridendo?
Le barche che se ne vanno?»
Ascolta amore mio
laggiù c’è una persona che conoscevo molto bene
siamo stati buoni amici
e come gli amici a volte litigavamo.
Alcuni giorni potevamo contare l’uno sull’altro
e altri giorni ci siamo fatti la guerra, poi
abbiamo fatto un patto.
«Secondo te dove vanno le barche?» Mi domanda.
Le barche sono come le persone:
nascono nel porto
e quando sono pronte
prendono il largo. Alcune di esse
tornano sempre allo stesso porto. Alcune
cambiano sempre. Altre
non fanno più ritorno.
«E dove vanno?» Mi domanda.
Beh può capitare che ci sia una tempesta
e in quel caso potrebbero non tornare
oppure tornano
e sono più forti di prima.
Ci sono barche che sono come le persone,
aspettano la loro tempesta
e quando arriva
cambia sempre tutto.
«Perché allora quelle barche sono ferme
e si lasciano dondolare dal mare
e sono legate?» Mi domanda.
Perché alcune di esse
hanno troppa paura di prendere il largo
e hanno paura della tempesta.
Passano la loro vita a guardare le altre barche
ripetendosi ogni giorno:
– Ancora una
– Ancora un’altra
– La prossima! Poi tocca a me.
E intanto il loro legno marcisce
e nessuno ha più bisogno di loro
perché ormai sono vecchie e malandate.
«Io da grande voglio essere un veliero» Mi dice.
«Uno di quelli grandi con le vele colorate
che non hanno bisogno di niente
se non del vento».
Lo guardo: è piccolo e buffo
arriva a malapena al mio ginocchio
ed ha già capito che cos’è la felicità.
Ho un sussulto
per un attimo il terrore mi assale
presto dovrò lasciarlo andare via.
Mi inginocchio
lo bacio
gli prometto la sua libertà.

Formiche in faccia

Formiche in faccia
se penso
o resto zitto. Disegnano
lega al collo
le tue carte sporche d’inchiostro
unte di lamenti
distorte
spezzate
o bruciale
o gettale via
«per quanto ci riguarda
potresti anche annegare
e raccontarlo al mondo intero
nessuno crede
a uno che al respiro
alterna una menzogna
a uno che va in giro
a convincersi che solo un pazzo
può aprire le sue porte, nessuno
ti crederebbe. Neanche se chiedessi loro
di che colore è la luna
ti saprebbero rispondere»
Loro hanno segreti
e per questo sanno amare. Disegnano
un confine
che non c’è mai stato
tra il nascere e il morire
essendo l’uno
l’inizio dell’altro. Ti chiedono
qual è il senso
di usare un dio
se poi non ci credi?
e intanto la lingua
inumidisce le labbra (di veleno)
e i passi delle donne
sono abbracci
incatenanti
e indagatori. Disegnano
un cammino
e in esso ovunque mi toccano
mi vogliono
ma solo per qualche ora
vogliono concedersi un amore strano – poi
ritornano alle loro facce
e addosso resta solo
l’odore di un’altra storia. Ma
la luce si intravede
a ogni collasso mancato
al di fuori di essa
non vi è che
noia
e piattume
sesso
e manchevolezze
routine
e aprire gli occhi al mattino
e cercare se hai ancora i piedi
Formiche in faccia
quando penso
o resto zitto
e l’ansia
seppur mi logora
aspetta
dal mondo lì fuori – ma
io ho già imparato a odiare
il suo orgasmo che filtra
attraversando vetri appannati
proiettando falsi gemiti
che vorrebbero invece tacere
ma cedono alle convenzioni
e si confondono
trasformandosi in lamenti
che solo orecchie esperte
riconoscono
al di là del mare
Invece queste mura
sono sorde (all’apparenza)
e si girano dall’altra parte per non annegare
e si tappano le orecchie
se nel caso le parole seducono chi ascolta
poiché
troppe volte il corpo è sfuggito all’intelletto
e al giorno che è succeduto
non è rimasta che attesa
e consapevolezza
di infrangersi poi col silenzio
Io non sono dirti da dove ti parlo
se dal presente
o dal passato
se con lucidità o confusione – non lo so
davvero non lo so
Te le regalo se vuoi
prendi tutto
prendine anche di più
prendine anche se poi non ti serve
ma prima
concedimi
l’ultimo addio.

Un morto nello spazio

Quando un morto cresce
acquisisce forme e dimensioni
e allora spuntano angoli
e rotondità che
vogliono incastrarsi
in altri luoghi
e in altre storie. Lui
non te lo sta chiedendo
ti sta dando un’occasione
Venne l’alba
tra i silenzi
e la luce entrava
violenta
tra le imposte semichiuse
diventando lamette
graffiando il soffitto – «lo sai»
mi dice la penna. Spiegai le braccia
irrigidite pronto ad accogliere
l’universo in crescendo
ma l’enormità dell’inafferrabile tempo che andava
tradiva le sue stesse pulsioni. Poi si arrese
lasciando attorno
terra arida e bruciante
Così guardai il cielo
e decisi di volare
ritrovandomi tra fili d’erba
e nient’altro che asfalto
chili d’asfalto
su asfalto
da ingerire
e digerire
che si ammassava
dentro
formando sculture
di caos e catrame
E ne ho leccata una ad una
fino a consumarne le fondamenta
non ne ho perso neanche un pezzo
E’ ora
mi interrogo sul limite
della barriera che divide
il fragore che suscita
un movimento da quello
in cui niente è percettibile
mi domando
sulla pericolosità di
prevenire la
prossima mossa del caso
e manovrare
come in un teatro di legno e carta
questi corpi che
danzano abbandonandosi
al già noto andare – fragili
inette ossa
costruite di illusioni
mi domando
se c’è fuga dal profondo
o bisogna rassegnarsi
a vivere come talpe – no è che
magari mi organizzo – e spingo
ancora per
scavare ancora
finché il corpo regge
e la mano avrà potenza
mi domando
se le donne annusano i bambini
fumatori incalliti
che respirano veleno
se il tempo ha consistenza
e può essere ammucchiato
in scatole di ricordi
fatte di polvere e dita mozzate
quando i vecchi erano in guerra
e le loro mogli
si concedevano per soldi
spruzzando aria compressa
gettando spiccioli
per fermare il meccanismo
che continua ad andare
nonostante
l’aridità dei sentimenti – febbre
impavida di vita
alba ancora senza ritorno
E’ ora
ormai
ma
non ricordo più
per cosa.

Il bottone sulla bocca

I tuoi occhi sono
contorni vivi accesi
le tue gambe nere sbocciano
mugolando motivi osceni
le tue labbra son bottoni
di un conto alla rovescia:

10… le mani si allungano modellando le guance e ritornano sconfitte provando a nascondersi una nell’altra in girotondi isterici infiniti.

9… intorno si ferma il tempo e i passi diventano frammenti di storie che resteranno sconosciute.

8… lo sguardo ritorna e affonda nei ricordi vissuti e immaginati.

7… sono io nei tuoi occhi, sono io che trovo te, sei tu che trovi me.

6… i muscoli già freddi si allontanano e si contraggono in spasmi incontrollati.

5… il centro diventa un centro di implosione e desiderio che si ritorce su se stesso.

4… le mani si allungano e non tentennano, ritornano alla faccia e si mescolano all’altro, nell’altro, per l’altro.

3,2,1…
Implodo in un silenzio
di suoni impercettibili
di micromovimenti
dovuti dall’altro
Fuori a fissare i membri
misteriosamente animati
dall’incomprensibile
consuetudine di amare
piccoli corpi si modellano al vento
ma poi si lamentano
se poi piove troppo
incontrastandosi
con l’orgoglioso fine
di diventare poi un domani un tutto
mormorano e mormorano
se poi i capelli discostandosi
rivelano forme nuove e sconosciute
troppo difficili per essere capite
troppo grandi per poter venire accettate
poiché sarebbe meglio tornare a casa e avere un’erezione
del ribellarsi alla finzione
finta
pia madre
moderna
indissolubile
Mi piego alla distanza
che ha sempre avuto vantaggio dalle dita
al gioco delle parti
all’inafferrabile tempismo dei sensi
all’inadeguatezza
che ricopre i miei discorsi consapevoli
Mi arrendo
e getto via la maschera di quello di prima: eccone un’altra
Dalle fessure vedo ombre
e mille braccia raccolgono il silenzio
e le mie ossa premono sulla pelle
mi domandano se sono ancora nel regno dei matti:
“trasforma questa idea in occasione
mangia e vomita
parla e sta zitto”
Io la raccolgo
ne esamino i pezzi
e mi domando
se ne vale la pena.

La mia testa non coincide col ritmo regolare della vita

Urlare
e non dire niente
Che valore hanno
le parole
se urlate?
E se scritte?
che valore hanno
le parole
se scritte?
Nessun valore
Nessun odore
Forse fuori
avranno qualche effetto:
il ventre della madre
reclama ricompense
e fuori il caos
aumenta i desideri
e nasconde via tutto
Ma adesso
il seme che porti
non ha più odore
… nessun rumore
… nessun sapore
Il popolo si arrende
alla voce del padrone
non sa leggere
né scrivere
Fuori il caos
nasconde via tutto
e c’è ancora chi dice
fermati
ormai è troppo tardi
diventa come noi
lascia qui i tuoi attrezzi
la tua occasione
è ormai passata
guardaci siamo felici
pensiamo poco, unisciti a noi
non parlare, lascia stare
Ma la mia testa
non coincide
col ritmo regolare
della vita
scrivo ogni giorno
DEFECAZIONI E ALTRE STORIE
mai finite
C’era una volta una poesia
che aveva
tutte le parole
più belle
eppure già scritte:
“c’era luce e confusione
Il mio corpo sul mio corpo”
Vorrei portarti via
quel bambino che stringi
e mettermi al suo posto
Ma la mia testa
non coincide
col ritmo regolare
della vita
Piegandoti sulle ginocchia
mi afferrasti la testa fra le mani
accarezzandomi le guance
poi le tue labbra
si incontrarono alle mie
la tua lingua toccò la mia
e un gusto caldo salato
mi pervase la bocca
che io assaporai
illudendomi
che fosse per sempre
ma non sapevo ancora
che la sua bocca
apparteneva già
a un’altra
Che cosa è il sogno
se non l’abbandono
Che cosa è il sogno
se non la scelta
di restare
o andare
rimanere perduti
o finti, è lo stesso
purché ci sia il sogno
a tenerci svegli
Possiamo andare
chiudendo gli occhi
e sognare di averli aperti
è lo stesso
purché ci sia la notte
e non la sua assenza
Fuori il caos
annienta ogni silenzio
e questo è il mio sogno
Quanti litri ho pisciato
cercando di vederti?
Quante scritte e carrarmati
ho lasciato arrugginire
attraversando
un deserto di stracci
per coprirti
dalla puzza
del fumo che viene?
E dal mercurio
che spunta come funghi
che sputa i suoi relitti
ai bordi delle strade
spie
spaziali
incenerite
Spuntano ora fiori
avanzi
recisi
mortali
che sputa
mi sputa
ti sputa
il sogno
La mia testa
non coincide
col ritmo regolare
della vita
Mi chiamo Carol
e questo
è il mio sogno.

La distruzione

Cosa pensa
l’uomo che sa tutto
della sua distruzione
Se anche la sua
anima come la mia
vive dentro lui
e ha il gusto della notte
ventre
tiepido
caldo
di spazi inconfinabili
che confusi diventano
parte della finzione
di un meccanismo
da cui non puoi scappare
perché la verità non appartiene
all’esistenza delle cose
si arrende
e diventa reale
acquisendo
mani per guardare
e occhi per toccare
ciò che è sbagliato
nella creazione
ha come fine la distruzione
di tutto ciò che è stato costruito
e la sua sempre più
faticosa edificazione
che si va a ripetere
diventando
parte della finzione
di un meccanismo
da cui non puoi scappare
a cui non puoi tornare
Cosa pensa
l’uomo che sa tutto
della sua distruzione
se anche la sua
anima come la mia
vive dentro noi
e ti scrive
e ti ritorna in mente
assieme alla sua storia
ventre
tiepido
caldo
della morte
che urla
e alla sua faccia
la voce diventa brividi
che si compongono
in preghiera:
“o mio dio
mio dio
che il mio dio
sono io”
ti ritorna in mente
e proprio quando
l’hai dimenticata
ti ricorda
che le persone
non vogliono essere salvate
Non odiarmi
anima come la mia
se ho rubato la tua storia
mi hai insegnato tanto
e io ho imparato bene.

Verrà il giorno

L’anima si sposta da un corpo a un altro
la mia si perde quando trema
Si spaventa
al continuo andare
e venire di ciò che sono
Come sarei più sicuro
se avessi la certezza di
non perdere ogni volta qualcosa
Come sarei più felice se
riuscissi a intrappolare
cioè che sono in me stesso
E poi
verrà
Lei
verrà
Lei
verrà
e non prenderà niente
Lei non costringe
Ti studia e ti domanda
ti accarezza il petto
ma non trattiene la carne
Lei non si chiede chi sei ora
e chi sei adesso
e adesso
e adesso…
Respinge e osserva
e ti riporta indietro
ma non come ripulso
ma come un bel regalo
L’anima si sposta da un corpo a un altro
ma è pur vero che ci sarà un arrivo
Verrà il giorno in cui
potrò amare
con le ginocchia strette al petto
e gli occhi sempre bassi
stringerò forte
i suoi capelli fra le dita
bacerò le mani
e le braccia
che mi hanno accompagnato
Lei verrà e non prenderà niente
allora non avrò più paura
di guardare ciò che sono
e dimenticare
ciò che sarò.

Discorsi da bar

Il bar era di quelli normali
uno di quelli frequentati
da chi non fa caso a che musica passa
le immagini nella testa tuonavano
trovando spazio tra linee di basso
e si depositavano sul fondo del bicchiere
lei era bellissima e pendeva dalle mie labbra
sapeva già cos’è l’amore. Io no
parlava di soliti discorsi da bar
ed era arrabbiata:
avevo fatto tardi al primo appuntamento
Era S. Valentino, ricordo
c’era aria di cambiamento
così decisi di prendere una strada nuova: mi persi
incontrai un tossico
seduto, con la siringa ancora attaccata al braccio
avevo camminato molto
e mi fermai a riposare con lui
attorno siringhe usate e bottiglie vuote
mi raccontò la sua storia. Era tardi
ma non importava: la troia poteva attendere…

Una volta ho visto una ragazza
ero in treno, faceva un gran freddo
era la cosa più bella che avessi mai visto
la guardavo, ma lei non ricambiava lo sguardo
volevo averla, iniziai a pensare
di scappare via con lei
di arrivare al capolinea e poi cambiare treno
per andare via lontano
E’ bionda, pelle liscia, chiara
capelli raccolti
tipico stile inglese
«dev’essere inglese» mi dissi alla fine
misi assieme un po’ di parole e le dissi:
«you are the most beautiful girl I have ever seen in my life» e attesi
non so quanto, forse un ‘ora
la ragazza bionda mi fissava
come se le avessero appena comunicato la sua morte
mi fissava, e io non capivo perché
forse avevo esagerato
forse era la pronuncia
forse era arrabbiata
forse non era inglese
Il treno si fermò, scese alla sua stazione
continuavo a seguirla con lo sguardo dal finestrino
si girò, mi sorrise arrossendo
poggiò la sua mano sul vetro, io feci lo stesso
disse qualcosa, ma non capii cosa
le porte si chiusero, il treno mi portò via
Non l’ho mai più rivista.

Tre farfalle

Tre farfalle
nel mio letto
mi chiamano
e si voltano
ma io non rispondo
le accarezzo
le bacio
ma non parlo mai con loro
allungo le mani
tasto le cosce
palpeggio i seni
ma non ho
dita a sufficienza
per renderle felici
di parole sì
di quelle
ne ho sempre avute tante
e ad ogni sussurro
mi dicono “ti amo”
«dicci ancora della tua poesia»
ma io non rispondo
non parlo mai con loro
allungo le mani
tasto le cose
palpeggio i seni
ma non ho
dita a sufficienza
per renderle felici
mi verso da bere
loro mi chiamano
io me ne frego
una volta ridevano
«troppo basso»
«troppo pigro»
«troppo grasso»
ora ho tre farfalle nel mio letto
che mi chiamano
e si voltano
ma io non rispondo
una dice: «amami! Come io amo te»
una dice: «amami! Come io vorrei amare te»
una dice: «amami! Come io vorrei amare»
E io?
suonano vecchie
tristi
melodie blues
e piangono
a ogni ronzio delle corde
le osservo strapparsi
le ali dal corpo
chiedendomi protezione
E io?
che son sempre stato
piccolo tra loro
non chiedo nulla
né corpo né amore
forse storie da raccontare
per potermi rileggere
chissà un giorno
e trovare conforto
nell’amico che sono stato
e avere l’innocenza di amare ancora
come una madre ama il proprio figlio
a una dico: «Non guardare in me»
a una dico: «Non amare ciò che dico»
a una dico: «Sono io che cerco te».

Il giorno in cui sono diventato umano

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C’era luce
e confusione
il mio corpo
sul mio corpo
intorno
la calma
la luce
poi più niente
mi son finto felice
ma ho perso tanti pezzi
Vorrei tornar bambino
godere delle piccole cose
latrare su
in alto al cielo
immenso
infinito
traspormi in ogni dove
languire in altri corpi
rendermi fatidico
ma solo in apparenza
Invece sono
il frutto
di un pensiero
transgenerazionale
invece sono futuro
in sembianze umane
non c’è nulla oltre
questo
L’amore ci ha reso schiavi
mi approprio del silenzio
e me ne faccio una ragione.

Il viaggiatore di stracci

Della vita
poche cose:
il sorriso
e il diamante
il culo
e lo straniero
Entrano dentro
scavandoti un corpo
coperto di stracci
che ha forma di vita
e si prende la vita
che si è lasciata seccare
su un quaderno perduto
o forse già andato
Quante volte sono partito
quante volte sono andato
in contro alla notte
succhiando un chiodo
cantando
di stracci un nome
di stracci i pensieri
di stracci le parole
di stracci pure me stesso
si prende via tutto
rubandomi il cuore e lo spettro
e non importa se imploro
non qui
ovunque ma non qui
non adesso
non ora
non ancora
non ancora…
andrà via
giustificando la fine col tempo
raschierà via i secondi e le frequenze della notte
e poi sapremo che ogni cosa è già stata fatta

Mi ricordo dell’alba
mi accorgo che il tempo è passato
seduto, nudo, lacrimante
mentre il giorno si succede alla notte
le persone cambiano alla stessa cadenza
sento i tuoi capelli
intrecciarsi fra le dita
il respiro del sonno
spiegarmi i tuoi sogni
le curve splendenti
brillare in lune piene
Ore quattro
litri sei
solo lieve stordimento
strizza gli occhi quando parlo
mi vedrai come io vedo te
ma
tra le pieghe di un viso triste
non penetrano le parole
ri-incontro
il Viaggiatore di stracci
che racconta le sue storie
E’ un verme
che si nutre di ossessioni – l’ansia dello stronzo – mi dice
Disegna un’immagine riflessa di sé:
i contorni sono neri e decisi
nessun segno di incertezza
nello stendere l’inchiostro
E’ un uomo stanco ma sa
che tutto serve
gli occhi lo invidiano
e scorgono profonda empatia e rispetto,
vogliono imparare tenendosi a distanza
le sue mani si allungano
toccano le mie
disegno la mia immagine
e mi sporco:
Vita. Adesso son lavato
e ri-divento
viaggiatore di stracci.

Una volta ero un cane rosso

una volta ero un cane rosso (FILEminimizer)

Una volta ero un cane rosso
Rosso come le labbra
che ho baciato di nascosto
Ho visto l’alba
affacciarsi sulla cornice del cielo
e sul letto la pelle
brillare di luce propria
mi son perso nel paesaggio
inghiottito nella notte-tremenda
bellezza dell’innocenza. Se potessi
vivere anch’io di prime volte
La tromba cantava
“sono un vecchio romantico”
e io lo sapevo
che era l’ultimo ballo
ma dissi al cielo
“eccomi, sono qui
e ti porgo la luna”

Rosso come
le braccia della madre
che allontanano il bambino
Ho scritto
molte volte
il tuo nome nel presente
e poi s’è cancellato
sono in atto come un seme
e affondo le radici
in terra arida anche se
non vivo ti
regalo un po’di me
se ne vuoi-io
non resto vuoto-io
non resto vuoto
come se
non fosse mai passato
il giorno in cui ne ho dimenticato il nome
Vino bianco, filosofia, sigarette

Rosso come
l’alba che si accende ogni mattino
Il guerriero
muore solo
mentre recita
“voglio vivere
Io voglio vivere”
si inginocchia
apre le braccia
e dondola-dondola
a piedi scalzi
Con la testa
verso l’infinito lontano
ripete
“grazie per quello che ho
grazie per quello che sono”.

Alcuni giorni di caldo

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In una stanza buia d’estate
con la puzza del vomito della sera prima
la schiena sudata per il caldo
il ventilatore dovrebbe gettare
aria fredda
ma fa solo confusione
sono perso tra i pensieri
un nastro di luce dorata
passa indisturbata la stanza
e mi illumina le palle
Ripenso a ieri notte
alla poesia andata a male
alla gente a cui ho parlato
della vita
del senso
degli esperimenti
da ubriaco sincero e gentile
a chi interessa?
guardano, restano
piuttosto, seduti ad ascoltare
prendendo le distanze
giudicano senza mai esporsi
sono amici di artisti
a loro piace guardare
non so quel che dico
gli dico odiami
non amarmi
non sono sicuro di ciò che pronuncio
ma stai già ascoltando? Ascoltati
almeno un po’:
venite a vedere
l’artista che dorme
e il dondolio della sua ventola
e le zanzare come costellazioni sulla parete
e l’erezione del mattino che lo tormenta
e controllate se si è suicidato
o se la segreteria è piena di messaggi.
Il letto si apre
sotto il peso di un corpo che sogna
la pelle diventa coltelli
fatta di brividi
e di utopie del sonno
tra le dita stringe una penna
il nodo passa attraverso il loro interno
e finisce sul foglio ma
il pensiero no
non crede allo scrivente
si materializza su carta
arrogante e pasciuto
come un buon pensiero deve essere
ogni volta le cose si ripetono ma
non ci accorgiamo di viverle
da un’altra prospettiva
questa è
l’idealizzazione delle emozioni.

Si accende una sveglia
un tenore e macchine
dividono la notte
raccolgo una scarpa
una ventola sputa
scariche elettriche
qualcuno bestemmia
è mattino
son tre notti che non dormo
mi tieni sveglio
e ti lasci ammirare
ti ho chiusa troppo a lungo
in un cassetto
e sei volata su nel cielo
per te il mio cuore
è sempre stato troppo piccolo
vorrei parlarmi
mi manca la tua voce.

La turista

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Barcolla
trascinando
un trolley malandato
si incastrano i tacchi
si incastrano le rotelle
nelle buche di fango
la gonna è corta
e sale-scende
a ogni passo
occhi sul culo
come marchio rovente
le signorine lo sanno
ma son sempre donne
e ti lasciano passare
come un pericolo scampato
e si svestono di continuo
ma loro non lo sanno
o non gli interessa
intanto imbarazzo
e paranoie
tra i passanti
finti indifferenti
intanto solo io
paranoico
a meditare
ad associare
le calze
alla vita
correlando ogni evento
a una fottuta metafora
preoccupato
più per l’immagine
che per il suo tesoro
una macchina
divide il silenzio
e i riccioli biondi
sulla fronte
un cartone inzuppato
cede
al peso dell’incuria
materassi sventrati
raccolgono
le creature della notte
mi sorpassa tentoni
sfiora il mio mento
aggrappandosi
alla mia spalla
sorridendo alla paura
e il respiro
e la tua mano
si stringono al corpo
e sento il peso aumentare
e le ginocchia che si piegano
allora tocco terra
e assaggio il pavimento
che non è
né umido
né appiccicoso
come le labbra di una donna
ecco che inciampa
“camminare”
avrà detto qualcuno
“non è altro che
cadere
da un piede all’altro”
si prepara all’impatto
il corpo cede e si contorce
le braccia si aprono
pronte all’abbraccio
ma spunta una mano
che la porta su
insieme sorridono
ma non parlano
sanno che
il parlare
è
una pausa tra i silenzi
tutto ricomincia
e torna come prima
ricomincia
il martellare dei tacchi
che si conficcano
e si disincastrano
nelle buche di fango
i capelli
sono dietro l’orecchio
le braccia
riprendono posizione
mi fermo
la turista sparisce
la luna no
è terribilmente bella
stasera
ho ancora
qualche spicciolo
e una storia da raccontare
sono stato
tante volte turista
nella mia città
e non me n’ero
ancora
accorto.

L’inizio

L’inizio è un pompino ben fatto.

E’ una promessa che sai
non verrà mantenuta
mentre aspetti che
il finale ti riveli la trama
E’ azione usurante di forze meccaniche
di corpi sfreganti
parole sussurranti che
si confondono nel vento
E’ banalità
naturalezze che
si lasciano al vivere
e s’annodano e s’intrecciano
calandosi nelle parti di un tutt’uno che
s’arrende alla fine
e ritorna da capo
e non ti lascia niente
tranne il corpo che
s’abbandona per inerzia
al girotondo dei matti
 
E sogni aerei da guerra
ma poi ti svegli
e ti guardi dormire
 
All’inizio c’è una scelta
il predisporsi alle circostanze
All’inizio c’è la realtà
il risveglio alla monotonia
anche se non eri mai andato
All’inizio c’era un inizio
ma ecco che
c’è già la fine
Iniziarsi alla fine
è cominciare
dall’inizio.

La spiaggia

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La madre spinge
la bimba
per spiccioli
e ti guarda sogghignante e dispiaciuta
ma le scale mobili non si fermano:
continuano a scendere e a salire laboriose
sfidando le conseguenze del tempo
Ammassi di metallo
affondano ed emergono
da buche d’asfalto screpolate
crateri
prodotti
mediocri
buche
d’asfalto
colorate
Venditori di storie
e di calzini
intimidiscono lo straniero
che non sa perché fa foto
ma fotografa il cemento
E il progetto della città nuova
è fermo nelle immagini
lunghe come grattacieli
dal giorno della sua ideazione
Ossa in mostra su quattro zampe
riconoscono il fischio del treno
ammirando la linea gialla
che accompagna il mostro
Umani al guinzaglio
profumati di urina
e di sogni perduti
non lasciano spazio
a chi deve uscire
a chi deve andare.

Fotografia: spacca // Napoli, Umberto Petrone

La cinestetica dell’arte

Mario Schifano, senza titolo, serie Cosmesi 100x100, smalto e pastelli su tela, 1981
Era primavera
la prima dal risveglio
mi ero perso felice
tra le strade strette e unte
attratto dal richiamo delle cose nuove
che pendono precarie
con cadenza assordante
in oceani di clacson
e gettate d’aria di pesce fritto
tra scale e gradini e archi
che la città vecchia offre
a chi ha pazienza di ascoltare
e coraggio di tacere
C’è una mostra nuova
suggeriva la carta incollata
in mezzo a cartelli abusivi
e propaganda elettorale
ed eravamo tutti invitati noialtri
affamati
romantici
corpi sinuosi
delle cose andate
anime in bianco
e nero
in attesa di colore e pennello
senza regole
e costrizioni?
Seguii la strada, poi le scale, mi persi
tra me?
Le linee consumate ricordavano una donna
che pareva adagiarsi
al movimento dell’imperfezione dell’artista
che ci faceva l’amore
e poi le forme si univano alle mie vincendomi
Donna
o qualcosa di simile il titolo dell’opera
Saccenti mercanti d’arte spacciano sapere sapendo di non sapere
L’intuizione
Attraversai il grande arco
e Dio mi seguiva
e lo vidi, e mi vide
attraverso due occhi rotondi d’ambra
e il suo muso non era animale, non era umano
ero io, come lo siamo tutti
Ed era vero, io ero vero
lo scacciai nell’indifferenza
cercandolo più volte nell’altra dimensione
dove le forme non esistono
e siamo fatti di illusione.

Immagine: Mario Schifano, senza titolo, serie “Cosmesi” 100×100, smalto e pastelli su tela, 1981

Una giornata migliore

E’notte, o forse è giorno
Charles Mingus suona forte nelle orecchie
scrivo la poesia del verme
la psicologia di un’idiota:
vorrei immergermi nel brodo caldo di una tromba
e ritrovarmi nell’infinito
circondato da un pubblico ubriaco e febbricitante
che incita e insulta
fino alla prossima jam
tu lo sai quando hai finito di fottere
Domani sarà una giornata migliore
magari berrò un po’ di vino e fumerò qualche sigaro
guarderò le nuvole scure fondersi col cielo e formare strani oggetti
mi lascerò guidare dall’istinto e farò finta che sia la chiave di tutto
Poi mi addormenterò
pensando che il domani mi riservi un giorno migliore
mi sveglierò sudato e punto dalle zanzare
la signora di fronte mi guarderà le cosce
e scatterà dentro casa facendosi il segno della croce
e tornerà ad affacciarsi il mattino seguente e quell’altro ancora
incuriosita e scandalizzata
Il mio gatto mi farà le fusa
guarderò distrattamente il telegiornale
ascolterò qualche motivetto scemo in attesa del mio riscatto
ripenserò ai grandi poeti
a quanto mi sento piccolo e sopravvalutato
e allora sarà una giornata migliore.