5 sigari

Le sento, ora
nella stanza imbottita
di frammenti
le ventole meccaniche
arrugginite
che girano
e girano
alitando fumo all’anice
coprendo l’attesa della tua voce sempre forte e sicura
che ho sentito piangere e cantare
quando il resto pretendeva noiose claustrofobie morali

Mi hai chiesto di andare e io sono andato

e il cuore sempre fragile s’è affidato all’impulso
di chi ha dato sempre tutto
senza la pretesa di ricevere mai nulla in cambio
restando fottuto
ma non avendone mai abbastanza di dare di essere
vita. Che ora sono anch’io rinchiuso nella tua testa.
Che vorrei restarci, per sempre amore mio, di sera.
Che a volte mi sento troppo solo senza le tue parole scomposte
animarmi l’intelletto
raccontarmi la tua storia
fregandotene della mia
lasciandomi aspettare
poiché sai che il tempo è solo percezione
nonostante gli eventi accadano senza un motivo
nonostante sapessi che quelli come noi cadranno sempre in piedi
col corpo vuoto fino all’essenza
che diventa nebbia
che perde sapore
col ventre che vacilla
a ogni nuova iniezione
col tutto o col niente
che precario escogita
nuove formule
come situazioni
stati d’animo di eterna indecisione
come canzoni che ricordi troppo a lungo
come vite parallele
che scorrono
assieme alla tua –
di quelle nate in un istante
di quelle piccole
di quei momenti
in cui basta un semplice sguardo
per creare l’opposto
la linea invisibile
che percepiamo
quando
ci manca qualcosa
o crediamo di essere
perduti.

E ci spiano
e ci ricordano
di tanto in tanto
che sarebbe
tutto più facile
farla finita
tirarla questa linea
e spostarsi dall’altra parte
e guardare per un po’ cosa succede.
Forse ne usciremo sconfitti
ogni volta che il flusso
escreta nuove sostanze.
Ma ciò che conta è la notte. E
ti ho portato in alto sulle spalle
lasciandomi accarezzare la fronte
di chi fa finta di dormire
quando in autunno cadono
le foglie morte del jazz

e mette la musica giusta
e ride quando deve
e si passa la mano fra i capelli
e sai cosa le piace
e vivete la vita sotto la stessa luce

sono anch’io.
E la distanza
come spettro annulla la proiezione
del bambino che vorrei essere

Non importa se pioverà
troverò il tuo riparo in ogni tiro d’erba che mi porterà alla paranoia

“non pensare” mi dicevi
le tue dita si tendevano e mi sfioravano la bocca
lenzuola bianche trasparenti avvolgevano le tue forme
guance livide come spade scalfivano la notte
cercando le mie mani
trovando silenzio e accettazione

E tu lo sapevi che in realtà non c’ero
che in realtà io pensavo
“non pensare” mi dicevi
e invece io pensavo.

Ti avrei conosciuto comunque

Ti avrei conosciuto comunque
seppure un tempo
ci avesse costretti
ad attendere che le nostre
dita si incrociassero
l’una con l’altra
seppure un luogo
ci avesse divisi
costringendoci a guardarci
negli occhi a
migliaia di chilometri
di distanza
seppure un caso
ci avesse reso estranei
e il calore della
tua pelle
così impercettibile
eppure essenziale
allo spirito

…ti avrei conosciuto
comunque: Avrei
saputo il tuo nome
la forma della tua bocca
il tuo riso così innocente e puro
la tua semplicità nelle cose
di tutti i giorni
la tua voglia di vita
che rende speciale
la mia.

Ti avrei conosciuto comunque
o comunque
avrei cercato
te.

La cinese che ride sempre

Eccola: la cinese che ride sempre. Mi guarda, sorride poi
si nasconde dietro al grosso borsone impolverato di
un venditore ambulante

Chissà se avrà il biglietto e
se avrà sorriso al negoziante che gliel’ha venduto e
se questo si fosse domandato come sto facendo io adesso
che cazzo c’ha da ridere sempre?

Da dietro la spalla del viaggiatore eccolo:
un occhio piccolino a mandorla, orientale, carino, gentile, poi
quell’altro, poi
la bocca piccola che
mostra i denti piccoli, e
di nuovo si nasconde
E io guardo alla mia destra per capire se ce l’ha con me o
con qualcun altro, no
niente, trovo soltanto altre persone imbarazzate voltatesi a destra…

“Questa è pazzia” iniziano a farfugliare
“Sicuramente il biglietto non ce l’ha”
“E’ cinese”
“Magari è solo gentile”
“Forse non ha cazzi per la testa”

E le signore-sguardo arcigno stringono forte le borsette
e i mariti i loro giornali-aria d’importanza che non leggeranno mai

Il treno si ferma un po’

e la cinese che ride sempre si diverte e
si nasconde indispettendo i passeggeri

Poi riparte

“Biglietti!”
“Lei è cinese? Biglietto!” le urla in faccia il controllore
“Eccolo il biglietto” penso tra me e me
“Dai fa finta per un po’ che tu sappia leggere e lasciala stare…beh sorride sempre!”

Andata…

E le signore?
E i loro mariti coi giornali-aria d’importanza?
No non ce l’hanno. Eh sì le macchinette sono rotte
E lei non sa chi sono io, e non vede il giornale?

E scendono e scendo anch’io, ormai
sono divertito e tutto mi diverte!
Le persone AHAHAHA sono cani!
Si inculano sulle scale mobili e
il viaggiatore davanti si fa annusare il culo da quello dietro!

EH EH EH AUUUH!

Rido, sorrido!
Amo le scale mobili!
Chissà che odore avrà il mio culo!
Mi giro: eccolo il gregge con
le loro facce appese e i loro guai
i loro giornali
i loro pugni alle macchinette che gli hanno fregato i soldi
le loro bollette da pagare
la loro calvizie
la loro eiaculazione precoce
il loro Natale in famiglia
il loro traffico
i loro abbonamenti

Rido ancora un po’
poi mi nascondo dietro la spalla di
un viaggiatore più alto di me

Che cazzo c’avrò mai da ridere?

TIC TAC

TIC TAC
TIC TAC
TIC TAC
…sono parte essenziale di un universo
costruito sulla base dei miei pensieri
essi si toccano
e sprofondano graffianti nel mio letto
nel cuscino
nelle vene
nella testa
in me, dentro me. Sono io
l’archetipo strambo animale
che si nutre del sogno. Sono io
che si annienta
e si rinchiude
nella sera
gridando
vendetta. Sono io
il cambiamento
lo scorrere incessante delle ore!
che se ne sbattono
di chi è rimasto indietro ad aspettare
altro siero
altri spazi. Il tempo
è una miccia che brucia in fretta. Il tempo
e un’eterna spirale creativa che muore e putrefa nelle viscere
che avanza. Il tempo
e l’onnipresente coscienza del futuro
che si dissolve in visioni orribili di lucidità
che avanza. Il tempo
e l’incessante martellare di dubbi e ricordi
che avanza. Il tempo
è l’eterno silenzio
tra un tiro e l’altro
e piange dentro
come una bambina
con le trecce. Il tempo
…e l’ispirazione
è un qualcosa che
non puoi governare!
TALENTO?
PROVOCAZIONE!
POSSIBILITA’?
INSODDISFAZIONE!
SESSO?
PERCEZIONE DI TUTTO!

non lasciare
quegli anni
e gli occhi
e l’innocenza
che se ne andarono via per sempre
così come la gioia delle piccole cose
e il bellissimo ignoto delle classificazioni
troppo presto. Sapessi ora
quant’è difficile restare autentici:
ho letto una poesia a chi non vuol sentire
e la paura nei suoi occhi mi ha reso felice. E’
probabile che io soffra dell’arte
le rendo la vita
giocando col corpo
lacerandolo
in quei rari momenti
in cui io possa definirmi vivo
purtroppo di parole
ce ne sono sempre poche
eppure sono sempre diverse
non riesco a trovare l’assenza
dei passi del giorno che muore
l’interconnessione che pulsa
tra genio e aspettative
l’enorme spazio
come cratere d’incompletezza

e mi manca sentirmi
parte integrante di un desiderio
anche se fuori
mi chiamano alla vita
dev’esserci altro
oltre l’esistenza

forse sogno
o
abbandono

forse sogno
e
abbandono

Carol Christi

Credo che
l’amore sia per i deboli
e per gli egoisti
forse è solo
una scelta

ho sognato un futuro
neanche troppo lontano
ventisette
fiero e solo
ebbro di conoscenza
ma profondamente soddisfatto

i rimorsi? come cancro
quando bruciano
non importa quanto scappi
ti prendono sempre
almeno
almeno sono libero fino alla fine

e si divertiranno a leggere le mie cose
i miei predecessori a un pubblico di barboni
in cambio di un pompino

Carol Christi
ragazzo poeta
andato via per sempre
a causa dell’insoddisfazione

Pezzi di vita

Pezzi di vita
di viandanti della notte

Le macchine
mi sorpassano
e i passeggeri
mi insultano

I piedi che pulsano
assetati di rivalsa
come se calpestassero
facce
si distaccano ramificandosi
poi districandosi
dalla strada divelta

Sono un’anima della notte
e i rumori
non sono più minacce
ma compagni di viaggio

Ho superato qualcuno
solo che non lo sa
ancora

Fra Dio e i tarli

Ho capito che seguire se stessi
porta sempre alla libertà
al profumo dell’esser vivi
alla pazzia

…e solo dopo avere capito di essere un altro

Ho capito che Burroughs mi fissava
col cappello di velluto
e i calzini bianchi
ed era felice che io
fossi andato fra i libri

fra Dio
e i tarli

me stesso seduto al tavolo della senilità
mastico il silenzio e poco prezzo
scritto a matita sull’ultima pagina

e fuori altri affamati
scarnificano (dilaniano) carcasse
stuprate dall’odio

Stracci

Stracci
bottiglie
vino rosso
fra le dita
Occhi mi fissano
catarro dell’essere
capelli
un tempo platino
tra le rughe
immerso ancora l’orgoglio
mi disse
stanca della
fragilità che la
perfezione comporta
presi una busta e
andai ho girato a
lungo e molte volte
son tornata
sorretta da
angeli informi
frenetici andanti
della nostra condizione
Ho impugnato volti
poi facce inorridite

il tempo
la notte
cambieranno
magnificando il
ciclo ininterrotto del
vero universo

perché dentro di noi
c’è un opera piena
che aspetta di essere
dissolta

perché dovremmo
conoscere
la nostra verità e
spesso svanisce
lasciandoci soli

perché
cambierà
il segreto
con la luce

perché fermarsi
è morire nei
suoi occhi

perché non puoi
amare la
stessa cosa allo
stesso modo
due volte
assaggiane il
ricordo

Risposte

Mando
via
la vita

…quando sento di dovermi darmi retta

allontano
ogni cosa
e ogni cosa
potrebbe distrarmi

ho bisogno del solo me stesso
quando sento
di dovermi ascoltare

e mi concedo le piccole cose
perché è in esse che trovo
le risposte
e attendo che mi passi
alla fine
come sempre
mi ritrovo
più ricco e più solo

con un pugno di fogli disordinati
e la rubrica piena di donne preoccupate

“hai degli occhi così dolci” mi dicono
e vogliono prendersi cura di me

Festa di compleanno

La serata fu scadente
come il vino versato sul letto
intorno la finta calma del centro
per qualche ora la terra
può riprendere a respirare
prima degli arrivi
prima delle partenze
i ricordi
si ricompongono
e vengono lasciati in sospeso
perché a volte attendono risposte

Camera sobria letto ordinato
asciugamani puliti
frigobar a pagamento
gli altri inquilini ci sentono urlare
si staranno domandando
cosa c’è che non va?

La notte assorbe
i rottami dei frammenti dimenticati
coprendoli per sempre
e l’unica mia preoccupazione
è la colazione gratuita del mattino

Litri

Quanti litri
ho pisciato
cercando di vederti?
Quante
scritte e carrarmati
ho lasciato arrugginire
attraversando
un deserto di stracci
per coprirti dalla puzza
del fumo che viene?

…e dal mercurio
che spunta come funghi
che sputa i suoi relitti
ai bordi delle strade
spie spaziali incenerite

…spuntano ora fiori di avanzi recisi mortali
Che sputa!
Che sputa!
Che sputa!
Ti sputa!
Mi odio

Talvolta

Talvolta
mi sento
perduto
…che gira senza meta verso piazze illuminate
…che dai suoni senza fine celebra il dopofesta

perché non c’è mai da aspettare il prossimo rullo di giochi

avanti e indietro senza meta
verso una goccia che riesca a saziarmi
perché non ci sarà mai il prossimo giro.

E intanto ancora io in mezzo a lei.
E un po’ mi rattrista perché penso già alla fine
al ritorno
al fondo bottiglia
al fumo
all’ultimo grido
alla vita
alla fica

Travolgimi

Travolgimi

di quell’innocenza
che sfama
i gay
quando uno sguardo
ti indica
il tappeto gettato
della notte
e le enormi valige
come tribù
dipingono
quasi un anno
e lo stesso pavimento
di insoliti colori
gli effetti gargantueschi
di lsd
in poche dosi in spiccioli
il prossimo sarà
quello giusto.
Il prossimo sarà
il migliore
se verrà

Paroloni

In un cerchio
per caso
di letterati falliti

alcuni di loro
eiaculano con un sorriso
dopo qualche parola sulle consonanti
alcuni tacciono altri mentono
Io mi appallo – troppi paragoni

PAROLONI

quando potrebbe essere semplice

che importa di Stendhal
che importa di Proust
di Rimbaud, di Allen Ginsberg
di Verlaine, di Kafka?
che importa di Dickens
di Hemingway, di Zola?

solo una voce metallica comanda qui

IL PROSSIMO UOMO MORIRA’ TRA CINQUE MINUTI

Così me ne vado

Così me ne vado
col gusto
di vino
in bocca.

Quel gusto
che
al mattino
putrefa

che ti ricorda
chi sei stato il giorno prima

quel gusto che non toglierai mai dalla testa
quel gusto di cose non dette
e di cose dette senza voglia
di lunghe conversazioni senza fine.

Fine.

E’ lo spettro del sesso
che hai lasciato addosso

solo un altro giorno
uno in più-

Puoi sentirne ancora l’odore?
Puoi ricordargli che non sei ?
E che non esisti…
ancora, quel gusto. E’ passato.
Passato che temi
così tanto da amarlo
da sentirne le carezze

Levopraid 25

attraverso lo squarcio
una ferita ancora sanguinante
di un racconto mai terminato

carri di persone legati fra loro
da dita intrecciate

e il passeggero davanti ti scruta con occhi cristallini
e il delirio della notte che t’inghiotte nel silenzio
e il corridoio del buio che s’affaccia sulle gambe scoperte dei dormenti
e l’antitesi di una ricerca che volge alla fine proiettando colore sui paesaggi spenti
e stati d’ansia e amore si alternano spiegandosi in lingue sconosciute

velluto impregnato d’olio che si srotola in pentagrammi di rumore
che scotta sempre di più
così come il pensiero rovente dell’assenza
mentre qui profumo e frastuono
eco futuro del forse
laggiù qualcosa sta accadendo o è già stato consumato

e 25 passi mi separano dal resto
e consegno
e sbiadisco
e mi fermo
e controllo

fingendomi un altro uomo

Niente soldi

Niente soldi
nemmeno
uno spicciolo
Niente sogni
né aspettative
di riuscita
La mia donna – lo so
mi ha odiato
e mi va’ bene così
o forse faccio finta
per nascondermi
dietro accettazioni
di un non-senso
che mitiga
s’increspa
s’annida
(tacito verme senza testa)
nei brevi percorsi
che
il siero
produce
fermando il
normale
karma
del flusso
abortendo
le parole
che s’accoppano
per ri-uscire
allo scoperto
– ma non
è
sempre
semplice – lo so
e ho preso
le chiavi
ho lasciato
tutto
alle spalle
e sono uscito
fuori
per la prima
volta
allo scoperto
ho preso
una birra
una qualsiasi
tanto
manco
mi piace
bere
e ho acceso
una sigaretta
– per il verso giusto
e ho parlato
con persone
che non conosco
e ho chiesto di loro:
“cosa ti aspetti
da tutto questo pulsare?
forse la vita
forse il rumore
forse il silenzio
forse il dolore…”
“È come
lasciarsi
andare
ma tu sai
che sei
al sicuro”

E ho pianto
Quanto –
un pezzo di cartone
c’è una donna
lassù
un po’ di vernice
qualche pezzo di carta
poi il sonno
un cesso sporco
un lavandino
otturato
il non-senso
che avanza
È la fine
– almeno per ora –
Sarebbe meglio…
“e tu davvero
lo faresti
per una cazzo
di isola?”

A volte

a volte
Ho bisogno
di tornare
nel passato
FLUSSO ININTERROTTO
DI COSE
FRASI
DETTE
SPRECATE
Ritrovarmi
tra le
note
velate
dal tempo
PROFILO
TRASPARENTE
DI
COSE
PERDUTE
Ho bisogno
a volte
di chiamare
il mio ritorno:
ANIMALE
ANDANTE
TRA
I VIALI
NELLA NOTTE
e sento
la sua
voce
aspettare
paziente
quanti fogli
abbiamo
ucciso
cercando di
apparire
diversi?
NOMI
DATI
AI COLORI
ALLE EMOZIONI
ALLE NUVOLE
AI NOSTRI DISCORSI
ANDATO PASSATO SPRECATO

(La) verità
è in cose non dette –
nel tacito
sparlare
in immensi
ricordi
COITO –
SIERO –
COLPE –

Le parole

Le parole
dentro
borbottano
cozzano
a volte
muoiono
ognuna
un colore
una storia
una faccia
un tomo
un accento
ridono
a volte
piangono
si trasformano
crescono
copulano tra
loro
non so che
farmene se
non grido
almeno un po’
in questa prigione
inchiostrata
formato A4
non so che
farmene se
nella testa
indiani e
sanpietrini
bivaccano
attorno
cumuli
spazzatura
incendiata
di notte
non so che
farmene se
il mio spettro
mi tiene
in ostaggio
dalle mie percezioni
in un fondo
logorroico
e impaurito
a cui
ritorno spesso
per ritrovare
ogni volta
le gocce della
mia lucidità
diluita
nell’essere –

Sento

Sento
una voce
chiama
la sento distante
eppure così testarda
a volte la ascolto
ma in fondo
sto bene
quando mi accarezza
e allontano me stesso
tornano a venire
tempi perduti
già visti
già vissuti
è l’indecisione
che rende mediocri
o l’insoddisfazione
che radica bene
nella testa
come cancro
come artrosi
che senso ha continuare
a mentire –
ancora
lo scadere del tempo
ci ha reso falliti
sognatori – Rimpianti
c’ho una bella macchina
nuova
pronta sullo schermo
ma preferisco
usare i mezzi pubblici:
incontro scarti
dai mille orologi
che siedono al mio posto –
3 MINUTI …CANCELLATO
odio l’ombrello
è più utile una vittoria
che restare asciutti. Gli sbirri
gridano gli hot dog
da marciapiede
“E’ stato tutto bruciato
rubato
privato
qui. Andate altrove
passatemi oltre
io prendo un kebab”

Un biglietto

un biglietto
“prendi il treno ma
torna”
mezzanotte:
inutili conversazioni
vorrei scriverne di migliori
ma non ci riesco.
Una volta
bolle d’inchiostro
si posavano
sul foglio
creandomi
eterno
Ora
guardo
trattengo
aspetto
…fino all’ultima
ombra amorfa
proiettata su
pareti danzanti
sono la muffa
lasciata sul fondo
di una bottiglia
aperta

L’ora legale

…un’ora avanti
Mi cerchi
ogni volta
tirandomene
fuori
ma
che ne sarà
quando
voltandoti
troverai
il mio respiro?
sarà
come
morire
e poi
rinascere
ancora
mentre
il flusso
ininterrotto
delle cose
cambia direzione
personaggi
paesaggi
creati dalla
mia mente
distrutti
con tale facilità
con tale lucidità
che
il sapore
delle cose
non dette
acquisisce – nulla
e il perdono
così orgoglioso
così mutevole
non trova
appagamento
nella parola
spiegata
così tante volte
che
sembra inutile
continuare
a tornare
non m’importa – davvero
restare …solo

…un’ora indietro
sto così bene
rinchiuso
nel caos
anche se
a volte è tardi
non resta
che il ricordo
ho bisogno
di tempo
spazio
nello spazio
«aver cura
del bene
nelle cose»
disse l’uomo
della natura
«la differenza
è nelle cose
già viste, è
la sostanza
che cambia»
…tra la gente
…tra la folla
che si ritrova
negli spazi di luce
quando
Il buio
viene penetrato
dai passi
del silenzio
mi ripeto
mille voci
sono mie
nella testa
o appartengono alla strada?

Cinque settimane

Cinque
settimane
poesie d’amore
foglie d’erba
«li tieni cinque centesimi?»
stanotte
ancora
per strada
col biglietto
timbrato
più volte
«che cos’è l’arte?
è tutto ciò
che
chiamiamo
arte»
ancora roghi
interni
colla
dell’essere
enormi buste logore
mi sorpassano
in attesa
dell’esecuzione
del tempo
ho chiesto
di te:
se mi leggerai
non sarò più
silenzio. Forse rumore
…ma confuso
nel giorno
tra
un rigo e l’altro
di una poesia oscena
«Cinque settimane»
Il vecchio hobo
mormora
a ogni buca
e sputano
e ridono
e colpiscono
«cinque centesimi
aiuta
chi aspetta! »
loro
sanno ridere – ma
non sanno
aspettare
«come quella volta
In cui
la luce
mi colpì
portandomi
in alto:
sentivo
le sue mani
prendermi
come una madre
afferra
nuovamente
la vita»

Briciole

Briciole
mi scivolano
addosso
muschio
liquido
infinito
nelle poltrone
sporche
nei feti lasciati
lungo le strade
a impolverare
alle spalle
via – vai
forse vieni
da laggiù
pulisci?
ho visto
già tutto
dall’altra linea. Briciole
di carta
arrossata
imbevute
di cloro
di sogni. Speranze tossiche
rimbalzano
tra i capelli
color
ancora una
poi basta
tra le dita
color
afferro la
mia linea
e la tiro
indietro
laddove è
più soffice
cadere
laddove
mi scivola
tutto
addosso
ci sono
abituato
io
alle castrazioni
mentali
durante
la pausa vita. Cancro
che sa
di diarrea
forse
posso
anch’io
andare
con lei

Il silenzio

Dal silenzio
tra le dita
tutto il resto:
fragilità
…pienezza
affoga
pungente
la parola – colta
scarna
attenta
bistrattata
presa in giro
derisa
umiliata
senza accento
la parola
diaccia –
…a che serve
il simbolico
senso lato
degli
eventi
se poi
non
ce ne
serviamo
enormi
silenzi – Riflessione
o
Abbandono
Se quello che
è stato
scritto
non è …
o
non è
frutto
diaspora
eccidio
delle cose
interrotte
piene –
di cose
di cose
del caso
del fato.
…ritrovarsi
In due
la mano rotta
sempre più
dolente
ora s’incastra
ora scende
riluttante
nella storia
livida
del gioco
delle parti
in cui
si va
senza
mai tornare

Craaack…

andiamo
verso
un grande concerto
ma niente biglietto –
non facciamo sul serio
ce ne staremo rinchiusi
a rimediare
qualche noi stessi
che
siamo
sempre
diversi
che
minacci
ogni volta
di cadere
e io che me ne frego
un po’ per indifferenza
un po’ per rassegnazione –
me ne frego di Baudelaire
del suo avere più ricordi
mi bastano i miei
lo farà solo il tempo
indomito. Sapiente
che resta a guardare divertito
le nostre pisciate
ai bar tossici-marocchini
mentre fuori
cumuli di aghi infetti
pungono
il nostro
povero hippie –
ne ho abbastanza
delle chiese
delle pizze- dei trans
delle storie che continuo
a raccontarmi
per cercare di chiudere occhio
sono stanco. Oppresso
dalle statue dai graffiti
NELL’ATTESA POTREMMO DIVERTIRCI UN PO’?
In fondo che ci resta
se rompiamo gli strumenti
o le noci di cocco
quando una puttana polacca
ci offre compagnia?
solo il seme
solo il sangue
pronti a schizzar via
sui binari
nella notte

Vorrei

Vorrei poter
sentire
il rumore
dell’ultimo uomo
che muore
vorrei poter sentire
il rumore
del primo uomo
che nasce
sentire il suono
assorbirne il profumo
ma dimenticando poi
i suoi occhi
perché ti entrano dentro
e a volte ti annientano
– metamorfosi dell’abbandono
evidenziando la storia
più impercettibile che si rannicchia
attraverso le nostre vite
– orizzonte che separa
il cielo dal mare. Ora
non sai più cosa sei. Sei
un pugno di fogli lasciati in sospeso. Sai
che tutte le risposte
non sempre hanno una domanda. Sei
parole proiettate su uno schermo
il miracolo della tua creazione. Sai
che il peso della vita
non esige altro
che essere raccontato