Cercando Parigi

Ho cercato Parigi. L’ho cercata a Rue Lepic che porta al Sacré Cœur, l’ho cercata lungo la Senna, dal Louvre alla Tour Eiffel, da L’Arc de Triomphe fino a Pigalle, dal Jardin du Luxemburg fino al Musee d’Orsay, da “il quartiere latino” attraversando  la V e la VI arrondissement fino a Bastille, spulciando tra il mercatino di Saint Ouen, passeggiando lungo Avenue des Champs Elysees , dormendo magnificamente su comode sedie in metallo verdi disposte attorno a una grande fontana nel Jardin des Tuleries, perdendomi nel cimitere du Pere Lachaise, dove i morti celebri giacciono vicini ai morti sconosciuti senza nessuna distinzione.
Ho trovato Parigi tra i caffè e i bistrot, negli occhi della gente seduta ai tavolini che guarda la strada come a voler condividere col resto le loro storie e la loro voglia di appartenenza in qualità di cittadini del mondo, godendo di quel tempo rimasto ancora immutato sin da quando Parigi divenne capitale della cultura.
Qui il tempo non è mai passato davvero: ogni cosa pare rimasta dimenticata esattamente lì dov’è sempre stata, e tranne che per enormi annunci pubblicitari la metropolitana sembra ancora conservare il suo fascino originale. L’avevo sognata tante volte, così come il suo ritorno, e a dire la verità un po’ la temevo, temevo il suo ritorno poiché rappresentava la fine, ma dopo averla trovata non fu più una nemica da combattere ma una possibilità da prendere sempre come spunto per migliorarsi e tenersi impresso nella memoria le sue cose vissute. Ho trovato Parigi. Ricordo di non aver mai cercato Napoli, e ricordo di averla trovata non cercandola… Ho cercato Parigi e invece ho trovato Napoli.

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Ero su un pullman, quello che avrebbe dovuto portarmi alla stazione centrale di Napoli. Avevamo aspettato un’ora prima che qualcuno ci avvisasse, a me e ai turisti, a che ora sarebbe partito. Le cose lì erano diverse, non come a Beauvais, le file non erano organizzate in modo composto, le biglietterie erano sempre chiuse, a dire il vero non c’erano biglietterie ma conducenti che alternavano la loro principale attività a quella di bigliettai ambulanti prima di ogni sospirata partenza.
L’autista mise in moto sudando e bestemmiando. Partimmo. I turisti dapprima composti cominciarono a mutare: si guardavano l’uno l’altro disorientati, smarriti, un po’ imbarazzati. Le teste giravano e si fermavano all’improvviso a causa di audaci sorpassi di motorini e pedoni suicidi. I semafori scattavano e cambiavano colore, un colore che era sempre opaco a causa di polvere e smog. I lavori della metro costringevano il traffico a labirinti impossibili: un progetto che avrebbe dovuto rendere Napoli moderna così come lo erano le altre nazioni europee, ma più pensava al futuro, più restava ancorata al presente, che era fatto di notizie sempre nuove eppure sempre vecchie. Ogni città ha i suoi tempi, e quelli napoletani andavano ad un ritmo del tutto singolare. Il ritmo della strada. E nel frattempo, Napoli, suonava la sua musica.
Le facce dei francesi non erano più gioiose e rilassate ma divenivano sempre più torve e nervose. I cellulari iniziavano a scomparire nelle loro tasche  man mano che il pullman attraversava marciapiedi occupati da cianfrusaglie, panni sporchi e lavori in corso, un po’ me ne vergognavo e anche la mia faccia tornò quella di sempre.
Aprii lo zaino, mangiai una crepes sciapita, ne masticai un pezzo. Merda. Immaginai una pizza fumante, come una di quelle che si sfornano ogni giorno a Napoli. Di colpo mi tornarono alla mente i veri sapori, quelli semplici che ti lasciano col fiato sospeso e la testa formicolante. Ce l’avevo tra le mani. Ne potevo assaporare il profumo, quasi il pomodoro mi colava addosso, ma non mi importava, poiché quel che stava sporcando i miei vestiti non era semplice cibo, ma arte, cultura, storia, una storia millenaria fatta di tradizioni, ricchezza, povertà, canti, balli, ma anche di brutte notizie e inciuci che non sempre hanno un lieto fine. Masticavo e tutto spariva: i colori tornavano, le auto si sistemavano in modo composto e nessuno più suonava il clacson ma lasciavano che i pedoni attraversassero al sicuro le strisce pedonali. I panni sporchi e le cianfrusaglie sparirono e al loro posto c’erano bancarelle di ogni genere e a ogni acquisto davano lo scontrino, i lavavetri non erano più così insistenti e perfino l’aria tornò respirabile. Una pizza, ecco il segreto della mia città, un morso che costa caro.
Non saprei spiegartelo, solo chi è nato qui può capirne il fascino, o lo sai o non lo sai, sarebbe troppo difficile trovare le parole adatte, eppure non mi capiresti.
Il sogno svanì e in mano avevo sempre e soltanto la crepes. La misi da parte e mi godetti il panorama del traffico: l’avevo trovata, finalmente.
Gli altri fuori sembravano così stanchi. Tutti vedevano e nessuno guardava. E forse il problema era che nessuno, a Napoli, stava cercando Napoli.

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Carol Cristi Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volta cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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