Il coniglio bianco di Maria

Maria stringeva il suo coniglio bianco, come sempre in effetti. Non l’avevo mai vista separarsene sin da quando entrai per la prima volta lì dentro. Lui era il suo migliore amico e pareva esserne contento, aveva un’espressione di fierezza che suggeriva che la loro era davvero una buona amicizia, una di quelle in cui si è inseparabili e ci si capisce al volo prima ancora di parlare. Loro, mi pareva, non avevano bisogno di nessuno, e semplicemente Maria aveva imparato giorno dopo giorno a circondarsi del suo mondo in un mondo che da un po’ di tempo purtroppo non era più il suo. Se ne stavano spesso a bordo del letto sgualcito mentre gli altri si lasciavano coinvolgere dai giochi di noialtri. Le feci un cenno con la mano abbozzando un sorriso che non doveva essere troppo invadente, pur sapendo che non avrebbe ricambiato, e andai dritto lungo il pavimento lucido di plastica celeste imbracciando la mia chitarra classica malandata, consumata dagli anni di studio e dai vari tentativi di darle fuoco. Ero pronto per l’esibizione.

Quel giorno mi aspettava un pubblico molto severo, dai gusti molto ristretti ma decisi, devo dire abbastanza lontani dei miei. Sapevo che non potevo sbagliare, o non mi avrebbero dato mai più una seconda possibilità perdendo il loro rispetto. Entrai salutando tutti tra gli applausi e le urla di gioia, iniziai ad accordare frettolosamente il la, sapevo che presto mi avrebbero strappato la chitarra dalle mani.
Restai in piedi avvalendomi della mia altezza, aspettando il silenzio e iniziai coi primi accordi: era una canzone molto conosciuta, più o meno ai miei tempi, che parlava di un robot strafico e imbattibile che lotta per l’umanità e che nonostante tutto ha pure un cuore umano, e a me piaceva, mi ricordava un qualcosa di Asimov che avevo letto. Alzai lo sguardo: nessuno mi stava seguendo, mi accorsi che ero rimasto l’unico ad ascoltarmi. Mi fermai, riprovandoci.
Passai a un classico: la canzone parlava di una ragazzina che va a vivere sui monti ripudiando la città e le sensazioni negative ad essa associate. L’avevo scelta perché oltre ad essere orecchiabile aveva a mio avviso una morale no global. Niente, il pubblico era troppo esigente anche stavolta. E avevano ragione, i miei tempi, seppur belli, erano ormai passati.
Decisi di giocarmi il tutto per tutto con una canzone sulle tagliatelle di una tale nonna Pina: gli accordi erano buoni e la canzone era scorrevole e le cose si misero bene per me, finché non mi accorsi che ero rimasto ancora una volta l’unico a sembrare entusiasta per l’esibizione.

Il mio pubblico pensava ormai ai fatti suoi: c’era chi disegnava, chi se n’era andato, chi stava facendo un puzzle, chi stava cercando ancora di strapparmi la chitarra dalle mani. Mi sedetti su una mini sedia blu e iniziai a strimpellare tristemente la musica che piaceva a me, tanto comunque non avrebbe ascoltato nessuno. Buttai giù dei riff rock ‘n’roll famosi e iniziai a gasarmi parecchio, pure perché l’andatura del ritmo mi permetteva di divincolarmi da chi stava cercando di censurarmi. Ecco che il rock mi stava salvando ancora. E’ sempre stato così nella storia della musica, c’è sempre stata una musica comoda e una scomoda, scomoda per i potenti che non vogliono sentirsi dire le cose, o non vogliono che tu stia lì a rifletterci troppo. Loro ti dicono che non devi pensare, altrimenti sei diverso. Il rock, quello vero, è protesta, e darà sempre fastidio e annienterà chi lo sottovaluta.

Ero stato ignorato ma nonostante tutto il mio mondo pareva farsi avanti, pensai a Maria e al suo coniglio bianco, di come era riuscita in maniera così straordinaria a servirsi di lui per sentirsi meglio. Mi venne in mente una vecchia canzone che parla di libertà, dei sensi, dagli ostacoli, dell’immaginazione:

Una pillola ti fa diventare più grande,
e una pillola ti rimpicciolisce
E quelle che ti dà tua madre,
non hanno alcun effetto
Prova a chiederlo ad Alice,
quando è alta dieci piedi
E se tu sei a caccia di conigli,
e ti accorgi che stai per cadere
Dì loro che un bruco che fuma il narghilè
ti ha mandato a chiamare

Ricorda quello che aveva detto il ghiro
“Alimenta la tua mente, alimenta la tua mente”

Non conoscevo tutte le parole, ma iniziai a creare un motivetto battendo i piedi a terra, inseguendo il mio coniglio bianco che mi stava parlando: subiamo la pressante sensazione di non riuscire mai a portare a termine il nostro compito di renderci felici ad ogni costo, programmiamo le nostre azioni poiché sappiamo con certezza che sono volte al futuro, e questo ci fa stare meglio, in risposta al tempo abbiamo bisogno di non pensare allo scorrere incessante degli eventi poiché inevitabilmente esso ci porta ad allontanarci da una vita materiale e allontana soprattutto gli altri, se a ciò decidessimo di non dargli peso vorrebbe dire essere certi che stiamo per andare via, è ciò che succede ogni giorno, e nessuno può farci niente.

Maria comparve timida, incuriosita dalla musica, stringeva col braccio il suo coniglio bianco, mi guardò per un attimo negli occhi poi se ne andò. Non le chiesi di restare a giocare.
Il mio turno era finito, e me ne tornai a casa pensieroso e divertito, aspettando con ansia il turno della domenica per provare ancora a giocare con Maria. Passai davanti alla sua stanza, il suo coniglio era sul letto, saltò tra le mie braccia chiedendomi di giocare con lui.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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