Ho affettato la porchetta e ora voglio l’orecchio di Enrique Iglesias

Caro Enrique tu forse non lo saprai mai, e sicuramente neanche ti interessa, ma quest’anno ho lavorato su un camion mobile ad affettare porchetta. Che importa a te, tu che sei ricco e famoso, di ascoltare le mie lagne, però un favore me lo devi, dopotutto io ho ascoltato te per 7 mesi. E per giunta me lo sono sempre chiesto: cosa cazzo hai da ballare? Tu che hai una voce suadente, l’accento latino e le sopracciglia rifatte vorrei che ascoltassi almeno per una volta ciò che questo mare un po’ sciupato di Napoli ha da dirti.
Sì sì lo so, sta buono, suvvia, mi servono solo 10 minuti…

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Enrique, sappi che mentre tu “bailavi” io affettavo la porchetta. Tu bailavi e io sudavo, tu bailavi e io lavavo, tu bailavi e io tagliavo… Tu bailavi sempre, e io iettav ‘o’ sang insomma. Dovevi esserci mentre cercavo di capire quelle bocche masticanti unte di grasso e maionese chiedermi di poter ordinare, di prendere i soldi, di avere il resto e chiamarmi “tesò, ammò, fratè, cumpà” . Persino tu non ti saresti mai abituato a questi approcci così carnali-pane e “puparuoli” che racchiudono tuttavia una certa cultura folcloristica così squisitamente lontana dalla mia, e scommetto anche dalla tua.
E’ vero siamo diversi, tu sei di Madrid, io della Sanità, e non so se anche dalle tue parti è così ma credimi dovevi esserci Enrique! Avrei voluto vedere la tua faccia e le tue sopracciglia disegnate ad ali di gabbiano aggrottarsi di fronte all’abusivismo e alla disorganizzazione a cui ho assistito quest’estate e sono sicuro che nemmeno tu ne saresti rimasto indifferente, chissà cosa avresti fatto. Io? Beh un po’ per abitudine un po’ per dovere diciamo che me la sono cavata e ho bailato e bailato al ritmo del suono del mare che ho avuto di fronte, che mi ha fatto compagnia quando per ore non arrivavano i clienti e non avevo nient’altro da fare che fumare pacchetti di sigarette light da dieci.
Per fortuna che c’era il mare e le sue storie che mi hanno portato in giro per il mondo, ho visto i suoi ricordi prendere forma e quasi i suoi occhi diventavano i miei, e allora il sudore che avevo addosso sapeva un po’ più di salsedine come dopo un lungo bagno ai caraibi. Ah i Caraibi, Enrique, quanto ho desiderato esserci, al primo maggio, a ferragosto, mentre facevo a pezzetti il kebab o friggevo le patatine.
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Non volermene ma è stato sorprendentemente naturale per me imparare a riconoscere le persone e a classificare il loro essere in base al panino che prendevano. Salsiccia e friarielli, wurstel e patatine, porchetta e provola, kebab completo, hamburger (o hambug per i pochi) e patatine, wurstel e crauti… Quest’ultimo è sempre stato il mio preferito, e ora ti spiego il perché: Il tipo Wurstel e crauti è una persona che sa quello che vuole, molto spesso è di età avanzata e in coppia, si siede al suo tavolo e non dà fastidio a nessuno, molto spesso prende una birra piccola, mangia il suo panino in silenzio, non parla manco con la sua partner. Paga, saluta gentilmente, a volte accenna una battuta che vuole di rimando, per gentilezza, almeno un sorriso d’assenso, e se ne va. Non puoi capire la grandezza di questa dote quando hai di fronte dieci persone che ti urlano mille cose contemporaneamente.
20150904_200048 (FILEminimizer)Di’ la verità vorresti sapere tu che panino saresti eh? Credo che tu saresti un kebab completo: facile, veloce, alla moda, dal sapore un po’ etnico che fa tanto tendenza e fa figo, saresti un panino che non dà fastidio a nessuno e non dice mai un qualcosa fuori dal coro. E Napoli che panino sarebbe? Per metà kebab e per metà wurstel e crauti. Eh lo so: mo sorridi, dici che non stai capendo, e questo pure lo immaginavo. Enrique io sono di Napoli e per me niente è serio, tutto è una barzelletta, questo traffico, questo mare, persino sulla camorra noi scherziamo e ridiamo, perché vedi noi siamo così, ci piace di “pazzià” sempre, noi siamo per metà tristi e per metà felici, siamo metà kebab e metà wurstel e crauti, siamo il nuovo e il vecchio che si fondono, il casino, e il silenzio che c’è osservando il lungomare d’inverno, il sacchetto nero vicino la differenziata, siamo la campanella del tizio delle noccioline di domenica pomeriggio, siamo proverbi dimenticati.
E le nostre teste? Abbassate. E stavolta non c’entrano gli smartphones, né Facebook, né Whatsapp, non c’entrano i sanpietrini scomposti o le cacche di cane da scansare scendendo via Mezzocannone. Teste indifferenti e sconfitte, teste stanche e pesanti abbassate a forza al mare perse dalle abitudini, dalla necessità di doversela cavare in qualche modo a tutti i costi. Ecco allora che diventa un mare, nero, troppo spesso, purtroppo. Perché il mare, quando lo si perde, lo si è perso per sempre_bailando.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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