Io, il Vesuvio, Nicola e il vino

Ci sono delle scelte da fare prima di intraprendere un viaggio.
Così come iniziare una storia comporta una scelta difficile e ben ponderata mirata ad iniziare sin da subito col piede giusto il racconto, così in una distanza da ricoprire le aspettative rappresentano l’essenza primaria che il viaggiatore deve immaginare e poi appropriarsene attraverso i sensi, che si raccolgono lungo il tragitto e si vanno a conservare nella memoria.
Non l’avevo ancora conquistato eppure era li che mi guardava ogni giorno sbucando da ogni dove. Alzando gli occhi, camminando tra i vicoli, persino tra le cornici, tra le canzoni e il libri, i racconti e i sapori, era lì. Il Vesuvio per noi napoletani è allo stesso tempo una minaccia e un padre, un padre paziente che osserva i suoi figli giocare tenendosi a distanza per non dare troppo l’impressione di stargli addosso, ma che è pronto e veloce all’occorrenza.
Allo stesso modo con cui fissiamo il nostro naso per tutta la vita e ce ne ricordiamo solo quando ci viene detto, così noi il Vesuvio lo teniamo lì e ne siamo così abituati da averlo dimenticato. Tanto valeva dare un’occhiata da lassù e provare a cambiare prospettiva. Sarei salito in cima al Vesuvio scegliendo la mie aspettativa e avrei visto Napoli come lui la guarda ogni giorno.

Eravamo io, il Vesuvio, Nicola e il vino…
Stremati, stanchi, ubriachi ma felici avevamo percorso la maggior parte della strada che portava su al cratere ed ora eravamo in macchina di un tipo che veniva dal Brasile, che ci aveva raccolti dopo averci chiesto una foto ricordo a lui e alla sua compagna terribilmente somigliante a Patty Pravo, ma la versione vecchia e decrepita.
D’ora in avanti per comodità lo chiamerò Josè.
«Português?» Chiesi.
«No, brasileiro» Rispose Patty.
«Volete un passaggio? Saltate su!» Disse Josè.
E così fu. Ne avevamo passate tante insieme, io e Nicola, come quella volta in cui dormimmo nella sala d’aspetto di un ostello londinese nonostante il divieto a causa delle nostre finanze ormai ridotte al lastrico, sobbalzando ogni volta che il guardiano notturno ci sorprendeva a dormire. “Nicò svegliati, non possiamo dormire qua dice il tipo”, gli dicevo ammiccando e riprendendo a chiudere gli occhi pochi attimi dopo.
O di quella volta in cui vagammo per tutta la notte strafumati vedendo mostri e draghi rincorrerci e sputare fuoco, o ancora di quella volta in cui ci ritrovammo a mangiare kebab con due pelati e suonare flamenco (…) ma questa è un’altra storia.
Lo avevo notato subito Josè passarci a fianco qualche metro più giù con la sua macchina a noleggio sfrizionando e bruciare la frizione, sollevare fumo e puzza di bruciato messi assieme, a venti all’ora: aveva la pelle abbronzata, un sorriso disinteressato, un orologio costoso e gli occhi del viaggiatore.
Vi è una sorta di magia che si imprime in chi viaggia. Una magia che si instaura in chi ha viaggiato, una forza nascosta inspiegabile eppure palpabile che attrae e viene percepita da chi nella propria vita ha camminato tanto mettendo in gioco ogni volta il suo tempo e ha vissuto avventure in posti che diventano suoi: gli occhi del viaggiatore non mentono mai, si parla alla strada e la strada vive in loro.
Questa magia io la chiamo: il privilegio del viaggiatore.

«Anche io ho dei figli della vostra età, ma ora sono in vacanza, da quattro mesi, ho visto quasi tutto, ho lavorato per 25 anni, ho commerciato legname in tutto il mondo sapete, adesso mi godo la vita: Africa, Indonesia, ora ho la barca a Genova» Gesticolava Josè facendo sbandare l’auto e rivolgendo ogni tanto sorrisi a Patty che sedeva a fianco a lui.
«Avete da fumare? » Ci chiese.
«Io ho detto alle mie figlie: se volete fumare erba fatelo pure, solo fatelo moderatamente, voi fumate? Avete la faccia di chi fuma, eh Napoli, fumo buono… La sentite questa puzza? Puzza di merda!».
Io e Nicola, che eravamo stremati, stanchi, ubriachi ma felici e adesso anche divertiti, sapevamo che la puzza era causata dalla frizione, dal cambio che veniva grattato a più non posso, e dalla marcia che era rimasta alla seconda da troppo tempo, ma non avevamo il coraggio di farglielo notare.
“E mettila sta terza!” pensavo!
Iniziammo a guardarci e dovetti tapparmi la bocca per non scoppiare a ridere.
«Eh sì che puzza, verrà da fuori, chissà» Replicai ormai al limite, guardando Nicola con la coda dell’occhio.
Josè continuava a parlare e fuori dal finestrino Napoli col suo golfo si faceva sempre più piccola, e incredibilmente bella.

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I paesi e le case attorno al Vesuvio sembravano piccoli tasselli di un enorme puzzle, un puzzle distruttivo, ma che nonostante tutto era ancora popolato. Come possono le persone vivere ogni giorno col pensiero che da un momento all’altro tutto questo potrebbe non esserci più? Pensavo. Decine di comuni vesuviani a rischio, l’ultima eruzione nel 1944 aveva fatto sapere che nonostante l’apparenza lui c’era ancora, distruggendo paesi come S. Sebastiano, che adesso è ancora abitata, così come lo sono tutti i paesi della cosiddetta “zona rossa”.
E le persone? Cosa ne pensano?
«Speriamo che non succede». Me lo sono fatto ripetere più volte quando l’ho chiesto a un venditore di souvenir.
«Se il Vesuvio dovesse esplodere saremmo tutti morti sicuramente», sorrideva.
E anche io, più che altro per il vino in cartone preso dal discount, che a dir la verità era quasi finito e io stavo iniziando a tornare sobrio.
«Cioè il Vesuvio potrebbe esplodere da un momento all’altro, distruggerebbe lei, la sua casa e la sua famiglia e lei lo dice così? Quanto fa quella bottiglia di Lacryma Christi? 5 euro! Okok la prendo! Nicola dividiamo?»
«Questo è doc! E dove dovremmo andare? Non sapremmo dove! Ho sempre vissuto qui, qui c’è il mio lavoro, la mia casa, la mia vita. E’ facile per voi dire che la “zona rossa” deve essere evacuata».
«Ma…» Non riuscii a replicare.
Così non dissi niente, presi il vino e mi voltai. Alle mie spalle: il mare. Provai ad ascoltarlo, e a cambiare prospettiva. Forse aveva ragione. Non è forse questo il nostro modo di vivere? Il vivere degli umani?
Noi siamo di Napoli, viviamo ogni giorno nell’incertezza costante del precariato in una città magnifica che ha posto per tutti ma le cui poltrone sono occupate dal culo ingombrante di pochi. Potremmo noi domattina alzarci e avere i mezzi concreti e la forza per ribellarci ed evacuare la nostra zona rossa fatta di lavoro malpagato, munnezza e camorra? Alcuni dicono di sì, altri dicono di no.
L’uomo dei souvenir aveva ragione.
«Stamm sott’o ciel» Urlò.
Non mi girai. La vista lassù era straordinaria…
Josè parlava, mi guardava coi suoi occhietti scuri dallo specchietto retrovisore. La macchina rombava e si ingolfava, procedeva a scatti ma nonostante tutto decisa verso il cratere. Waaaam!
“E mettila sta terza!” Pensai, forse ad alta voce.

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Carol Cristi Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volta cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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