Lavorare in biblioteca non è come pensi, è molto molto meglio

Ogni libro è uno specchio a cui a volte ci affacciamo per sentirci meglio, per riprenderci ciò che le forme del corpo suggeriscono essere unicamente nostre. E con esse la propriocezione che ci permette di vivere la storia della nostra vita con severo rigore, semmai stessimo provando a scriverla lucidamente.
Perché scrivere comporta sempre una grossa opportunità sul tempo, nostro e degli altri. Scrivere indelebilmente senza tentare di andare indietro, come le voci sugli scaffali impolverati di una biblioteca dicono di aver fatto, in qualche modo ci rende parte di un progetto più grande, di cui molto spesso non ne siamo consapevoli: e ciò che succede ogni volta che un libro ti fa compagnia è una questione personale tra te e quel momento. Non ha importanza se sei fermo o perduto, diventi parte di un tempo che non ha tempo, comprendi un linguaggio nuovo perché tu diventi nuovo ogni volta.
La voce di un libro è la tua voce, quella che non sempre riesce a uscire fuori ma che fermenta in attesa di vedersi stampata diventando condivisione per il prossimo lettore aperto al tuo flusso d’esistenza, interconnesso, interessato ad affacciarsi a uno specchio, quello del tuo sé più profondo e puro, con l’orecchio volto alle parole del pensiero. E intanto fuori il mondo scorre incontrollato ma terribilmente statico, mentre qui dentro no, in un certo modo.

Sono seduto alla mia postazione da lavoratore part-time, e non ho molto da fare. Ogni tanto qualcuno entra dalla porta col mento alzato facendo un gran fracasso con le scarpe e cerca il suo libro tra gli innumerevoli scaffali disordinati. I volumi sono disposti su piani ma si fa lo stesso un gran casino per trovarli, infatti ogni Grande Guardiano del Piano si avvale del diritto di disporre i libri “ad capocchiam” nonostante l’esistenza di una logica universale che vedrebbe in questo caso l’adozione di criteri quali la “classificazione decimale Dewey”. Ma non è tanto questo il problema, e nemmeno il pc che è rimasto agli anni ’90 (beato lui) ma è, salvando pochi, la svogliatezza del personale che pregiudica tutto. Dipendenti pubblici: culi incalliti sfasteriati incollati tutto il giorno a una sedia e a un pc a vedere Facebook-che si lamentano se devono scollarsi e fare il loro lavoro-pronti a gettarsi le responsabilità da dosso e a sparlare degli altri-facce da “tanto non mi possono cacciare sennò gli faccio causa”. Ed ecco che chi entra deve combattere contro tutto questo, e alla fine succede che non ci torna più. E migliaia di libri restano illuminati ma abbandonati a loro stessi, ammassati in deposito o peggio dimenticati da qualche parte.
Nonostante tutto però sono contento di essere qui perché è qui dentro il mondo che voglio ritrovare la prossima volta che mi perdo nel mio mondo martoriato dalla retorica. Qui dentro ti perdi e ritrovi te stesso.

E’ da stamattina che osservo questo corridoio consumato, ogni tanto sistemo qualche libro accompagnandomi su e giù con un carrello rosso che scivola di sghembo con le ruote cigolanti. Ai lati ci sono “gli altri”, corpi opachi con le teste abbassate al libro ma pronte a schizzare in alto quando passo, in maniera così compulsiva che quando mi trovo da quest’altra parte non capisco perché poi lo faccio anche io. Forse è una questione di volubilità. Quando leggi in qualche modo scompari e ti senti così fragile che sei curioso di vederti attraverso qualcun altro. E mi dispiace interrompere quel flusso trasparente che collega le parole al ricevente, ma il custode già lo sa che deve metterci dello Svitol su queste ruote e poi non posso fare a meno di guardare anche io, perché allo stesso modo sono troppo curioso di guardarmi fragile attraverso qualcun altro. E io che in quel momento sono il carnefice, l’interruttore sadico di flussi, mi concedo di farlo ogni volta che mi gira: al piano di filosofia passo sicuro tra le aule e mi guardo a destra e bum-interrotto, al piano di lettere moderne bum-a destra e a sinistra. Ciao vuoi una mano per la fotocopiatrice? Mi dispiace non è di mia competenza chiedi in direzione-bum bum bum.

Ma i più grandi, quelli che ti insegnano le cose importanti, non staccano mai lo sguardo, ormai ho imparato a riconoscerli. Come quella volta con quel ragazzo calvo e francese ad esempio.
Lo incrociai mentre stava andando su e giù per i piani in cerca di un libro, non ricordo quale, mi pare una cosa sulla sessuologia, comunque un saggio molto specifico su una cosa che voleva approfondire. Mi parve simpatico e mi offrii di accompagnarlo contento, eccitato all’idea che presto lo avrei interrotto. Grazie, mi disse con accento francese, mi chiamo Michele. Ma prego, figurati, risposi, pensando tanto poi vengo a interromperti il flusso. Trovai il suo libro e facemmo ancora un po’ di strada insieme a ritroso lungo il corridoio illuminato. Mi disse che si sarebbe fermato in quell’aula silenziosa perché aveva bisogno di concentrarsi. Ottimo, pensai, eccone un altro. Tornai al mio posto e ai miei libri di psicologia, pensando a quel tipo calvo e francese che mi aveva chiesto quel libro interessante. Iniziai a domandarmi se fosse tipo da alzare la testa al passaggio di qualcuno o no. Pensai di sì. Volevo saperlo. Presi qualche libro da mettere a posto, uno di quelli che aveva lasciato l’ennesimo impiegato sfaticato, e mi diressi verso gli scaffali.
Michele era alla sua scrivania con la testa china sul libro. Era trasparente, non alzò la testa. Arrivai in fondo al corridoio e tornai indietro impostando i tacchi con più decisione, ma niente, non alzava la testa, era molto trasparente. Provai col carrello, niente. Mi arresi-bum per me. Me ne tornai sconfitto alla scrivania.

Michele Foucault

Mancava poco alla fine del mio turno, il Grande Guardiano del Piano se n’era già andato sgattaiolando sbuffante dall’uscita di emergenza, raccomandandomi di spegnere il pc rimasto ai ’90 e di mettere a posto le ultime cose. Certo si figuri come no, dissi sorridendo molto falsamente, mormorando sommessamente un’ingiuria creativa.
Mi diressi verso gli scaffali per mettere a posto quei libri. Michele era ancora lì, col suo libro, ancora trasparente. Gli dissi ciao sei riuscito a concentrarti alla fine? Sì, rispose, nessuno ha provato a distrarmi… Bum Bum Bum per me. Risi istericamente, avevo bisogno di una sigaretta.

Il turno era finito, raccolsi le mie cose e andai in cerca di Davide, un ragazzetto riservato e scontroso di poche parole. Non avevamo mai molto da dirci, ma aveva sempre una sigaretta da darmi, e non perché apprezzasse la mia compagnia ma perché facevo finta di non vederlo quando lo beccavo a fumare in qualche aula… Io lo lasciavo fumare in cambio di una sigaretta quando mi andava e non dovevamo parlare per forza, in verità anche io come lui non amavo parlare molto, e forse questo ci accumunava. Fumava sigarette senza filtro acide, ma meglio di niente. Gli raccontai di Michele e della mia teoria sul flusso del lettore. Mi disse che erano tutte cazzate e che la vita è già complicata di suo, se poi ci mettiamo pure noi a farci le seghe mentali è finita. Risi aspirando più forte. Mi disse però che gli ricordavo un personaggio che stava costruendo, che stava scrivendo una cosetta, un romanzo per ragazzi… Non aggiunse altro, e nemmeno io. Fumammo ognuno per i fatti nostri.

Davide Salinger

Il mio turno è finito, il Grande Guardiano del Piano se n’è appena andato, sgattaiolando sbuffante dall’uscita di emergenza, raccomandandomi di spegnere il pc rimasto ai ’90 (beato lui) e di mettere a posto le ultime cose. Certo si figuri come no, gli ho detto sorridendo molto falsamente, mormorando sommessamente un’ingiuria creativa.

Me ne vado al bagno, con piacere. Un bagno così pulito che vale la pena fotografare. Ma ora non mi dilungo su quanto è creativo e bello questo cartello, stavolta lo lascio a voi, alla vostra ammirazione, altrimenti avrei bisogno di un altro articolo e voi vi annoiereste.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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