L’occhio di Sauron

Sauron era divenuto uno stregone di spaventosa potenza, padrone di ombre e fantasmi, di tenebrosa sapienza e crudelissima forza, tanto da deformare tutto ciò che toccava e stravolgere tutto ciò che governava, signore di lupi mannari; il suo dominio era perenne tormento.(J.R.R. Tolkien)

Entrai dalla porta scorrevole schiacciando una lurida moquette rossa. La voce di un uomo mi aggredì domandandomi cosa volevo, e mi girai sorpreso in direzione della sua piccola scrivania consumata. Risposi che dovevo entrare e mi fece cenno di avvicinarmi a lui fissandomi dritto negli occhi. Lo raggiunsi aggrappandomi con forza al suo sguardo, che mi portò a un foglio spiegazzato su cui c’erano dei nomi disordinati, o numeri, non ricordo, fa lo stesso. Firmai. Mi disse di sedermi e aspettarli. E io aspettai, li aspettai, “loro”. Non sapevo chi fossero, non sapevo neppure cosa ci facevo lì, eppure conoscevo già le loro facce: grosse facce rosse, patetiche e arroganti che esplodono da un colletto come dita soffocate da solidi lacci emostatici. Diedi un’occhiata al cellulare, che non è mai squillato per cose importanti, e mi soffermai su una foto di un bagno pubblico fatta qualche giorno prima. Alcune persone vennero bloccate all’ingresso allo stesso modo con cui fecero con me, dalla stessa guardia giurata piccola e tozza il cui unico compito pareva quello di apparire in qualche modo occupato, che sbirciava silente dietro alla scrivania consunta per poi uscire fuori con un modesto sobbalzo. Mi dissi che quello è il loro modo di dare un senso a un lavoro così monotono e che la maggior parte di loro non tocca neppure i piedi a terra. Padri di famiglia, un lavoro è pur sempre un lavoro. E così ad aspettare c’erano altre sei persone smarrite e arrabbiate che girovagavano ora strusciando, ora sbuffando, calpestando la moquette lurida in attesa del loro destino. Io perlopiù mi fissavo i piedi e quando alzai lo sguardo mi accorsi che mi stavano parlando di tasse, di politici e spazzatura, che casualità mi dissi, eppure il nesso è sempre stato logico. Feci un breve sorriso falso e continuai a fissarmi le punte delle scarpe che erano sempre le stesse. Non che fossero più interessanti di una sana conversazione pessimista in cui vince quello più disperato e/o accanito ma, giurai che ad un certo punto fecero cerchio attorno a me, che continuavo a stare chino per i fatti miei pensando di aver bisogno di aprire un sito internet con grossi sanitari in bella mostra, e in verità ne fui lusingato: col mio silenzio avevo conquistato il loro rispetto, mi sentivo come un leader politico pieno di ideali e povero di idee. Iniziarono a chiamare i nostri nomi e seguimmo il poliziotto tarchiato fino all’ascensore entrando scompostamente, barcollando a destra e a sinistra, scontrandoci di tanto in tanto il dorso delle mani. Non ricordo bene se stavamo salendo o scendendo ma l’ascensore rombava e strideva, cigolava come un vecchio carro. Adesso ero un minatore francese dell’ottocento sporco e stanco che stava per accettare la sua sfida quotidiana: quella di restare vivo per tutto il suo turno. Non sapevo cosa avrei fatto dopo che le porte si sarebbero aperte, ciò che volevo era sapere perché ero lì e andarmene. Ci portarono in una stanza traboccante di grossi scatoloni scoperchiati, strasbordanti di lettere bianche e attendemmo di udire nuovamente i nostri nomi. Quando chiamarono il mio nome mi accompagnarono in un’altra stanza in cui due impiegati ce la mettevano tutta per apparire molto occupati tra una sigaretta e l’altra, e trovavo buffa l’idea che era come se le sigarette stessero fumando loro, talmente del fumo. Mi chiesero di firmare, e io lo feci nel modo più scomposto possibile uscendo anche fuori dal rigo: era la mia protesta, il mio attentato al sistema, il mio j’accuse, non avrei potuto fare altro , beh forse una capatina al bagno… Presi la busta e uscii fuori di corsa. Diedi un ultimo sguardo all’orrendo edificio-miniera di carbone-covo di fissatori  da cui ero appena uscito: l’occhio di Sauron si ergeva imponente come uno stemma, malvagio e indagatore, osservando e spiando la città che si era appena svegliata o che forse non era mai andata a dormire, scegliete voi.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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