Siamo morti nella Grenfell Tower di Londra

Eravamo anime perse che stavano scappando. Chi dalla noia, chi da storie andate male, chi da un qualcosa che non avrebbe mai capito. Per un motivo o per un altro ci ritrovavamo la sera a raccontarci storie e a bere birra olandese economica presa da Tesco o sottobanco da qualche market indiano rimasto ancora aperto. Qualcuno ogni tanto tirava fuori del fumo, ma non andava a spiattellarlo tanto in giro o quelli della Police lo avrebbero perquisito e allora addio fumo, che solo dio sa quanto può costare a Londra, non come a Milano o a Torino o a Napoli. Ma andava bene lo stesso, perché anche se la sostanza era poca, il resto lo faceva ciò che si veniva a creare in quel cerchio di racconti e anime perse, e la città era speciale.
Hyde Park chiudeva e apriva presto e non sarebbe stata una buona idea intrufolarsi dentro e aspettare l’alba, noi italiani non siamo come gli inglesi, siamo degli spagnoli timidi meno snob dei francesi.
Tra noi passavano persone da tutta l’Europa, e tra la gente dell’ostello si sapeva che prima o poi tutti avrebbero parlato con noi, ci sarebbero passati sicuramente tra le mani per un motivo. Chiunque doveva confessarsi, sfogarsi, abbassare la sua maschera. Questo era il prezzo per la sua libertà. Lo mettevamo sotto torchio fino a farlo crollare, a noi piaceva così.

A modo nostro avevamo dei progetti, per la fine del mese avremmo trovato lavoro e avremmo avuto una casa modesta a Notting Hill e avremmo passato le domeniche su e giù per Portobello Road a rubare pacchetti di noccioline. Ma i nostri piani si realizzavano solo indirettamente. Gli altri trovavano il lavoro, noi non ancora, almeno però con l’inglese andava meglio.
Poi successe che avemmo la notizia che un fast food stava cercando un pollo gigante che distribuisse volantini a un angolo tra Queensway e Bayswater e tutti ci fiondammo nella speranza di guadagnare almeno qualcosa da quella strana avventura. Ma cercavano solo un paio di persone, e io ora non so quali capacità particolari dovesse avere un pollo gigante ma fatto sta che di quel posto non se ne ebbe più notizia. Scoprimmo poi che il posto di pollo esisteva sì, ma veniva tramandato di amico in amico, bisognava avere insomma una sorta di raccomandazione che solo il pollo precedente poteva darti, e noi ovviamente non conoscevamo nessun pollo disposto a raccomandarci. Così ogni tanto passavamo di lì e vedevamo il nuovo pollo ergersi fiero e spiegare meccanicamente alle persone perché avrebbero dovuto scegliere proprio il suo locale. Quanto odiavo quel pollo, pensavo che quel posto non se l’era meritato davvero.

Lì a Londra si stava per un po’ per imparare l’inglese, e chi poteva permetterselo frequentava un corso, qualcuno riusciva a stabilirsi lì, i più tenaci forse. Noi invece stavamo imparando dalla strada una mentalità nuova, più europea, e soprattutto iniziai a capire quanto i miei piedi potessero coprire le distanze. Imparai che tra Piccadilly Circus e Notting Hill potevo disperdere le mie paranoie, che da strafatto vedo mostri colorati, e quanto la notte può essere tremendamente bella se ti abbandoni a essa. Quante volte ci ho pensato, a quelle notti, e quanto ho faticato per riabituarmi a casa.
Qualcuno una volta mi ha detto che a casa ci tornava solo per le feste perché ormai aveva maturato una mentalità nuova. Io non credo che questo sia possibile. Antonio il napoletano, con i suoi occhi cercava il mare.

Passò il mio tempo e un pomeriggio realizzai che non era quello il mio posto, sarei tornato a casa, ancora.
Dalle finestre gli alberi si agitavano al vento. Ricordo un sole fatto sempre di illusione, un po’ come i nostri sogni di allora ora brillava ora andava via facendo spazio alla pioggia in maniera confusa e frenetica. Noi ce ne preoccupavamo troppo, i londinesi no. Uscivano fuori dalle loro tane riversandosi su Hyde Park come in un gran giorno di festa. Si toglievano le scarpe calpestando il prato, bambini si rincorrevano come scoiattoli sui rami, tutto pareva distribuirsi in armonia col tempo. Noi pensavamo poco a casa e molto a ciò che ci sarebbe aspettato, attendevamo un qualcosa preoccupandoci più del futuro che del presente. Syd Barrett spingeva nelle cuffie a Holland Park e gruppi di ragazzetti si tiravano una palla gridando “catch” e uno di loro mi venne addosso calpestandomi il sonno. Poca cosa ma sfoggiai lo stesso qualche parola che avevo imparato in giro e mi lamentai urlando con troppa severità.

Tornammo a casa in molti, e forse qualcuno è rimasto perché alla fine ce l’ha fatta a crearsi un futuro, non lo so. I più forti tra noi volevano quello che l’Italia non poteva dargli e non erano disposti ad accettare le regole della regressione economica, chi ce l’ha fatta è perché era determinato ad andare avanti.
Poi è successo che lo scorso giugno siamo morti nell’incendio della Grenfell Tower e un pezzo di noi, quello libero, per sempre adolescente, è andato via per sempre. Perché una parte di noi rimase su quei gradini a bere birra per un po’ e poi ha trovato un lavoro e un alloggio al 23° piano, riprendendosi indietro tutte quelle rivincite e soddisfazioni che la sua casa non è riuscita mai a dargli.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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