Multe, minacce, e un poeta che non ho conosciuto

UN CUORE LIBERO
io ormai passato di moda,
come una lampadina fulminata sul marciapiede,
scartata a prescindere da ogni narcisismo dominante,
buttata via da ogni luminaria di tutti i tempi,
io narratore e avventuriero
che crede negli argini impossibili dell’amore,
che carezza le favole e i tormenti,
che scrive la speranza di un meglio
che si spezza sempre ancor prima di svoltare l’angolo,
enorme rospo, che fa ridere le signore ricche di passaggio,
e racconta anche ai santi sulle guglie della propria solitudine,
buono e idiota, asino prodigo,
con la sua vela stracciata di nulla,
a inseguire per tutti i mari la sua Moby Dick
che non è mai esistita,
io che voglio sempre essere io: un cuore libero.
GIUSEPPE D’AMBROSIO ANGELILLO

Avevo letto qualche volta della poesia di Giuseppe. Poesie semplici a primo sguardo, che si rivelano autentiche quando maturano. Così tanto che dopo qualche tempo non potevo fare a meno di controllare le sue pubblicazioni e leggerne di nuove. Perché erano parole gentili di un uomo che trattava le cose senza intromettersi. Giuseppe non parlava di una vita bella a tutti i costi, ma che nonostante tutto era felice per quello che era e quello che aveva, e il suo mondo diventava anche il mio.
Mi interessai a lui e lessi brevemente la sua storia. Era nato al sud, in una piccola provincia della Puglia ed era emigrato a Milano dove viveva con sua moglie, cinque figli, il suo lavoro di scrittore e editore indipendente, tra montagne di libri e l’affetto di chi lo leggeva e di chi lo conosceva. Era stato amico di Alda Merini e ricordava un sacco di aneddoti sulla loro amicizia, come quella volta che si conobbero, “Alda Merini allora vendeva le sue poesie a 1000 lire…” Sapevo anche che aveva una bancarella in piazza del Duomo a Milano perché avevo visto qualche foto. Questo sapevo.
Decisi allora di intervistarlo per bagnipubblici, telefonicamente poiché io a Napoli e lui a Milano.
Ma poi passò un po’ di tempo e non ne feci più nulla. Io sono un procrastinatore di professione.
Mai però avrei creduto di incontrarlo un giorno per caso in una città che non è la mia con un casco bianco sulla testa, con chili di multe da consegnare e la signora Vitiello alle calcagna…

Era calda l’estate quell’estate sul al nord, così calda che le ruote si incollavano all’asfalto. E io così sudato non mi concedevo neanche una goccia d’acqua per non perdere il ritmo. Figurarsi se volevo restare più del dovuto in quel fornello ardente di Milano in agosto. Non volevo fermarmi, anche se il sole mi stava friggendo il cervello, e l’incubo di incontrare la signora Vitiello si faceva sempre più concreto e palpabile.
Ero diretto in via Palmieri 10, la penultima tappa della giornata, una buona giornata nonostante tutto. Ci avrei messo ancora mezz’ora e poi via di corsa verso la libertà.
Imboccai all’angolo la strada in controsenso accostandomi poi in sgommata al civico 10. Dovevo fare presto. Sentivo dietro al collo il ricordo dell’alito della signora Vitiello, condomina di una della tappe più difficili e intrippanti del mio giro, quella con cento cassette della posta e cento casalinghe scassacazze.
Dovevo fare presto, dovevo essere svelto, doveva essere una cosa veloce, dovevo rendermi invisibile ed efficace, dovevo…

«Uè Guagliò»
Ci sono momenti nella vita in cui gli eventi vorrebbero prendere il sopravvento sul nostro essere, vorrebbero renderci schiavi-vittime inermi delle circostanze. Quella volta era una di queste: era la signora Vitiello.
«Chi è?» Chiesi voltandomi, sperando in un miracolo divino.
Ovviamente il miracolo non avvenne e la faccia ansimante dietro alle mie spalle apparteneva proprio alla signora Vitiello, ovvero l’incubo dei postini. Vitiello, tradotto, voleva dire incubi, ossessioni, paranoie, morali inutili, ma soprattutto voleva dire “bye bye treno delle 15”.
«A me non mi arrivano più le bollette da un mese»
Angela Vitiello, napoletana emigrata a Milano negli anni del boom economico, “Napoli fa schifo invece qua è meglio”, quando parlava si ergeva sulle punte evidenziando le calze sfilate. Aveva i denti gialli segnati dal fumo, lo sguardo perso di chi conosce la follia e l’ha vinta pure e un grembiulino a fiori celeste che io immaginavo essere parente a un altro uguale ma nella versione invernale.
«Ah» Replicai «mannaggia» Attesi. Me ne pentii subito.
Mi scrutava penetrandomi dentro, risucchiando la mia linfa vitale e il mio tempo.
«E c’ho il telefono da pagare, embè me lo paghi tu?»
«Mi spiace non ho niente» Incassavo e basta.
«Ehehe» Rideva tra i baffetti umidicci «Bellino non c’ha niente!»
«Eh» Combattevo con le unghie.
«E vedi bene, scava scà…»
«Ma io…» Ebbi il colpo di genio «Aah sì avete ragione, è che mi sono imbrogliato, voi state qua in giro? Io vado a prendere il resto del carico. Due minuti!» Attesi.
«E io qua sto» Rispose incrociando le braccia violente.
«Allora faccio una corsa!»
Rimontai in sella lentamente, volevo gustarmi il momento. Le mani mi sudavano e le gambe erano tutte un brivido. Stavo sfidando la signora Vitiello con le sole armi che possedevo, ovvero allontanandomi lentamente e guardandola negli occhi (ma in realtà lo feci perché già sapevo che quella zona non avrei dovuto più farla). Mi piaceva pensare di aver vinto in qualche modo su di lei, anche se so con certezza che la signora Vitiello avrà la sua vendetta, in questa vita o nell’altra. E a fanculo il resto della posta, avrei consegnato l’ultimo pacco e poi chi s’è visto s’è visto.

Arrivai al corso principale, quello dei bei palazzi e i binari del tram al centro, parcheggiai sul marciapiede. Dal bar all’angolo una preghiera in arabo si stendeva intorno a tutto volume, i milanesi parevano esserne abituati.
Presi il pacco, tolsi le chiavi.
Alla mia sinistra una sagoma stanca un po’ ricurva stava avanzando nella mia direzione, avvertivo che stava per succedere qualcosa.
La guardai negli occhi: era Giuseppe, il poeta di Milano che volevo intervistare qualche mese prima.
Lo lasciai passare senza dirgli una parola, e invece avrei voluto dirne tante.
Entrai nel cancello ancora incredulo. Mi chiedevo se era proprio lui e com’era possibile quella coincidenza.
Sapevo che stava a Milano ma com’era possibile che l’avevo incontrato proprio lì, proprio in quel momento?
Non ebbi il coraggio di dirgli niente e niente gli scrissi al riguardo per qualche settimana, fino a quando gli raccontai del nostro incontro fortuito e gli dissi che ora più che mai volevo incontrarlo.
Non mi rispose. Un paio di settimane dopo capii perché: Giuseppe stava male.

Gli scrissi ancora. Gli augurai, mi augurai, di riprendere al più presto a scrivere.
Qualche giorno dopo ebbi la risposta: era probabile che l’uomo che incontrai fosse Giuseppe poiché viveva proprio in quella zona. Avevo la mia risposta e attendevo febbricitante notizie sulle sue condizioni di salute.

Tornai al sud, l’estate se ne andava via e con essa anche Giuseppe. Ci rimasi malissimo, non me l’aspettavo. Avevo imparato a conoscerlo dalle sue parole e al momento giusto non ho avuto il coraggio di presentarmi. Mi sentivo in colpa per aver aspettato troppo, come se l’avessi abbandonato, lui e una parte di me.
Volevo rimediare: scrissi ancora “a Giuseppe”, o a chi stava dall’altra parte, ma non ricevetti risposta.

Volendo quantificare in termini emotivi posso dire con certezza che questa è stata una delle storie più difficili da raccontare e che abbia scritto finora. Me lo ha dimostrato il tempo: sei mesi.
Volevo scrivere di Giuseppe ma pensavo di non averne il diritto, non volevo sembrare indelicato nei confronti della sua bella famiglia. Iniziavo l’articolo ma poi fermavo tutto. Fino ad oggi.
Voglio raccontarlo! Mi dico. Allora leggo meglio la sua biografia: Giuseppe stampava le sue cose in un piccolo appartamento di 44 metri quadri, che fino a poco tempo fa era anche la sua casa, dove ha vissuto con sua moglie e dove sono cresciuti i suoi cinque figli.
A Milano, in via Palmieri 10.

A GIUSEPPE D’AMBROSIO ANGELILLO

Collegamenti:
– Giuseppe D’ambrosio Angelillo Facebook (link)
– Milano, addio all’editore-artigiano Peppino D’Ambrosio Angelillo: il poeta amico di Alda Merini (link)
– Un editore mantiene 5 figli stampando libri in 50 copie – intervista (link)
– Video de Le iene: una piccola casa per una grande famiglia (link)
– I libri di Giuseppe D’ambrosio Angelillo
– Cerca Giuseppe su google (link)

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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