Storia poco interessante di due piccioni che impararono a volare

OVETTE
Accadde un giorno in agosto che cestino di rametti si era posato sul punto più alto e strategico del balcone e che una fiera columbide appollaiatasi all’interno custodiva gelosamente due ovette bianche avorio con lo sguardo fisso verso “il fuori”.
L’estate in diminuendo si tradiva in lune fangose e soli ovattati.
Il Duomo di Novara, spuntando come un fungo gigantesco tra i palazzi sovrastava il movimento ordinato degli oggetti.
La nebbia sarebbe arrivata presto e io facevo scorpacciate di paniscia e gorgonzola.
Alla rotonda le auto si fermavano in prossimità delle strisce pedonali: quale cosa sconosciuta a noialtri di giù avere il privilegio di oltrepassare la strada senza il bisogno di guadagnarsi con la forza l’impresa…

LA COSA PIU’ GIUSTA
Fu qui che si schiusero un giorno e ne uscirono due piccoli pulcini grigiastri spelacchiati innamorati persi della madre, che andava e veniva dal cielo portando cibo e sicurezze.
Nessuna madre ha voglia di lasciare soli i suoi piccoli ma a volte bisogna fare la cosa giusta. Lei era una madre ma anche un piccione: aveva costruito il suo nido di rametti, aveva covato con ardore le sue ovette e ora si adoperava affinché i suoi piccoli diventassero indipendenti e in grado di volare verso “il fuori”. Ma per la stessa ragione doveva adoperarsi a sopravvivere. Ciò che il suo istinto gli suggeriva, quando provavo ad avvicinarmi interessato al nido, era scappare. Anche al costo di lasciare da soli i suoi piccoli, lei restava pur sempre per natura un piccione, e i piccioni si sa hanno paura di noialtri umani (delle auto un po’ meno, non ho mai capito perché).

FRATELLI
Così nelle assenze della madre (e con la madre) i piccoli iniziavano ad affacciarsi al mondo maturando un proprio temperamento. Cip era il più coraggioso. Era lui che trovavo pronto a beccarmi ogni volta che mi avvicinavo al nido. Era il più sveglio dei due e ci avrei scommesso, semmai fossero riusciti a sopravvivere, che sarebbe stato il primo a volare. Era il più coraggioso e difendeva il nido e suo fratello da ciò che in quel momento stava minacciando la loro sopravvivenza: io. E come una sorta di baby sitter maleducata e invadente gli sottoponevo giorno dopo giorno piccole prove per coltivare le sue potenzialità.
Al contrario del fratello, CipCip era il meno reattivo, si nascondeva restando nell’ombra. Era lui che muoveva le ali più velocemente alla vista della madre e a lui non riservavo nessun tipo di allenamento se non quello dell’indifferenza. Era un piccione mite senza pretese, tra i due il più goffo e spaventato. Sapevo bene che avrebbe volato per ultimo ma non posso scommettere con altrettanta veemenza riguardo alla sua sopravvivenza. Di certo non era coraggioso e forte come il fratello, il suo becco era evidentemente meno affilato ma di certo durante le assenze della madre aveva avuto il tempo di coltivare il privilegio della rassegnazione, cosa che genera al pari della forza fisica un’arma molto utile alla sopravvivenza.
Sono quelli come CipCip che si affannano di meno per prevalere e si godono la vita poiché non sempre vale la pena di sottrarre con arroganza una crosta di pane a un altro nel bel mezzo della strada se lontano un auto sta arrivando in velocità. Quelli come CipCip invece aspettano che il colombo tronfio e panciuto venga schiacciato sull’asfalto per poi avvicinarsi e mangiare avidamente il trofeo. Quelli come CipCip non combattono con la forza, combattono con la pazienza.

COSI’ VANNO LE COSE
I giorni passarono, i due fratelli erano cresciuti e la madre era volata via per la sua strada. Cip se ne andò via all’improvviso il 29 settembre. Mi sarebbe piaciuto guardarlo spiccare il suo primo volo verso la vita. Me lo immagino ergersi a un tratto sulle zampe e tuffarsi verso il cielo senza indietreggiare, come un gesto spontaneo, come il grattarsi la testa o mettere un piede davanti all’altro per camminare.
Il pomeriggio di quel giorno trovai CipCip rimasto solo, incuriosito dal cielo grigio di settembre e capii che non l’avrei mai più rivisto. Quelli come lui non osano, aspettano, si conoscono, imparano a memoria ogni fotogramma dei film sul volo. Poi vanno via, forse muoiono, raccontano storie forse già raccontate ma in modo autentico perché sono pazzi a credere alle loro stesse storie.
La sera il nido era rimasto vuoto.

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Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volte cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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