Vecchi amici di scuola che una volta erano fighi e ora manco li saluti

Antonio Esposito è stato l’incubo della mia infanzia. Tutto quello che faceva lui lo faceva meglio di me. Aveva voti più alti dei miei, le scarpe della Nike, quelle che costavano un casino, il Gilera Runner 180, anche se non poteva guidarlo e in realtà venivano a prenderlo fuori scuola, e l’attenzione e quella popolarità che a noialtri bambini occhialuti-poi brufolosi è sempre mancata.
Lui era quello più spiritoso, sapeva sempre cosa dire al momento giusto e quando arrivava aveva tutti gli occhi addosso. Aveva sempre un aneddoto più divertente del tuo e i suoi capelli scendevano verso destra e verso sinistra lasciando una fila al centro impeccabile, frutto dell’abile lavoro del suo barbiere che gli aveva effettuato l’ambita da noi tutti “stiratura a crema”, molto in voga in quegli anni, e grazie anche al lavoro dei produttori discografici che avevano deciso di cambiare il mondo formando le boy band.
Insomma Antonio, il suo barbiere e le boy band mi hanno rovinato la vita per parecchio tempo.

Io mi limitavo a starmene da parte con quelli che potevo permettermi di frequentare e loro facevano altrettanto: paffuti, occhialuti tormentati dall’acne col baffetto pre-adolescenziale e la erre moscia, troppo timidi per dichiararsi a qualcuna. Ci limitavamo a starcene dietro le quinte di un sipario che apparteneva agli Antonio. Lui e quelli come lui erano i protagonisti, noi le comparse, di quelle che nei film interpretano ruoli da contadini, seviziati e derubati o anche uccisi dalle carestie e dai saccheggiamenti. E guai a provare a combatterlo, perché aveva un nomignolo sempre pronto ed efficace per ognuno di noi, e quando ne trovava uno faceva tendenza e tutti si univano in coro, e quello rimaneva per parecchio tempo. Capelli troppo lunghi? Capellone. Scarpe troppo bianche? Poco alla moda. Vestiti di seconda mano? Accattone. C’era sempre un motivo per prenderti in giro e per sentirsi migliore di te.

Una volta alle medie provai ad imparare da lui cercando di capire il suo stile. Dopo vari tentativi fallimentari riuscii a sedermi vicino a Antonio. Quel giorno neanche una volta venni sbeffeggiato per i miei capelli, che crescevano sempre folti e senza controllo, devo ammetterlo, in direzione verticale. Mi sentivo arrivato, ce l’avevo fatta, i miei vecchi amici avrebbero capito, d’altronde anche loro avrebbero fatto lo stesso.
Quando suonò la campanella iniziò per me l’addestramento. Io non ero uno di quelli a cui piaceva creare caos a mio discapito e avere la faccia tosta di dirlo ad alta voce, non amavo in particolare urlare per i corridoi e sputare dalla finestra sui passanti, non ne vedevo il motivo. Ma quel giorno volevo provare, e in effetti risultò essere molto divertente. Fu così che ottenni la fiducia e il rispetto di Antonio, che mi invitò a casa sua per pranzo dopo la scuola.

Abitava in uno di quei quartieri dove noialtri non ci sognavamo neanche di entrare da soli, ma con lui mi sentivo al sicuro. Passammo una bella giornata insieme a compiere malefatte e a rubare gli stemmi delle auto parcheggiate, e infine parlammo molto. Mi raccontò delle mille avventure della sua vita e mi disse che suo padre era in galera ed era cresciuto con la nonna, che sua madre era sempre fuori per lavoro, che spesso si sentiva solo e stava da solo, e io gli confidai, senza dargli colpe, i miei disagi a scuola e con gli altri, del perché ero così timido e perché volevo essere come lui: così sicuro e divertente, così forte nelle risse. Lui mi capiva, e seppe essere molto sensibile, pareva sapesse di cosa stavo parlando. Passammo un bel pomeriggio e infine mi scortò fino alla fine del suo quartiere. Ci stringemmo la mano e ci demmo appuntamento per il giorno dopo a scuola. Tornai a casa contento: addio sfottò e umiliazioni, ora ero suo amico e avevo il suo rispetto e la sua protezione, nessuno mi avrebbe toccato più.

Il giorno dopo arrivai con qualche minuto di ritardo. Decisi di indossare le mie scarpe nuove nonostante la pioggia. Ero contento, non volevo più sentirmi giudicato, finalmente potevo sentirmi me stesso.
Entrai in classe col sorriso cercando Antonio con lo sguardo, ma al mio ciao rispose urlando con un insulto rivolto alle mie scarpe nuove, e tutti iniziarono a ridere in coro additando i miei piedi.
Ci rimasi malissimo, avrei voluto piangere, mi sentivo tradito. Mi ero fidato di lui e gli avevo confidato tutto. Ora lui stava usando tutto contro di me, dalla mia parte non avevo più neanche i miei vecchi amici.
Mi sedetti al mio posto di sempre in fondo alla classe, e come sempre in silenzio, restando da solo per il resto della giornata.

Passai gli anni della scuola passivamente, cercando di fare il minimo indispensabile per non restare indietro con gli anni. I miei vecchi amici, quelli brufolosi con la erre moscia, crebbero, e con loro anche io, ma le nostre strade si divisero. Non rividi mai più Antonio, e la cosa non mi dispiaceva affatto. Me lo immaginavo più tardi sempre con timore, e nelle mie fantasie il suo personaggio era sempre rimasto inarrivabile e spietato, e invece parecchi anni dopo lo rividi.

Me ne stavo per i fatti miei una volta fumando una sigaretta, quando una voce quasi familiare attirò la mia attenzione: era un tipo stempiato in sovrappeso, con la faccia butterata e un giubbino marrone maltrattato. Le sue scarpe erano sporche e a buon mercato, la sua voce e il suo dialetto marcato ricordavano chi nella vita devi evitare per non lasciar pensare agli altri che lo conosci. Nulla nel suo modo di fare poteva far credere che i suoi furono giorni gloriosi e che perfino aveva posseduto un tempo gli strumenti per prendere in giro qualcuno. Non lo riconobbi subito.
Mi raccontò che non aveva preso il diploma alla fine, e che si era sposato presto. Ora infatti sentiva sulle spalle il peso della famiglia e del suo lavoro al supermercato comprato con i soldi di una bustarella grazie all’aiuto di un amico di suo zio. Mi raccontò che la sua vita era dura e che non ci si può fidare di nessuno, che avrebbe voluto continuare gli studi, ma che ormai era troppo tardi. Mi domandò infine a me come andava.
Gli dissi bene, tutto sommato. Ma glielo dissi freddamente, con fare lapidario e soddisfatto. Ripensai a quella volta in cui mi aveva tradito di fronte a tutti. Mi passai la mano fra i capelli, folti come sempre, spostai il peso da un piede all’altro mettendo in mostra la differenza d’altezza e una faccia che aveva ormai dimenticato i giorni bui dell’acne.
Gli dissi che dovevo andarmene, non aggiunsi altro. Gli strinsi la mano, girai le spalle, sorrisi soddisfatto.

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Carol Cristi Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volta cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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