Vi racconto com’è vivere in un quartiere di Napoli

Sono le nove di domenica mattina, qui niente si ferma: mattina, pomeriggio, sera, notte si mescolano incessantemente senza tregua né confini, e tu ti stai rigirando nel letto da mezz’ora e maledici ogni santo perché non riesci più a dormire e la musica ti ha svegliato troppo presto. Prima il silenzio, poi il primo tamburo e le trombe, risultato: siete svegli e non volevate esserlo ancora. Così vi alzate e vi affacciate al balcone per guardare in faccia quell’inferno musicale. E vi accorgete, triste ironia del destino, che la loro base è proprio sotto casa vostra.
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Nel mio quartiere ci sono facce che sono sempre le stesse: a volte sono facce amiche, altre sono facce da cui è meglio stare alla larga. Eh sì perché potrebbe capitare di scontrarvi con una di loro, che ne so per un qualsiasi, banale, motivo, e allora già sapete che potete farci poco: avete perso in partenza. Ma d’altronde lo accettate perché lo sapevate già, e allora vi potete sentire in due modi: integrato o un estraneo a casa vostra. Perché questi signori, che dicono di amare la loro città, vogliono farvi credere di rendervi il favore di vivere nel vostro quartiere e condividere la loro zona (ci sono cani che hanno lo stesso comportamento marcando la loro zona con spruzzi di urina).

Nel mio quartiere se provi a nominare la parola “camorra” ti senti quasi un pazzo, e alla fine un po’ ti dispiace, perché ti hanno detto che non sta bene infangare il nome della tua città. Cammini per strada e non puoi fare a meno di alzare gli occhi e di pensare alle cose buone rimaste, a quelle finite e a quelle che se ne stanno per andare via.
Antonio ha vent’anni e fa il tabaccaio, ha lasciato la scuola molto presto perché la sua famiglia aveva bisogno di lui per il negozio. Il padre da solo non ce la faceva, ma poi è morto e ora Antonio deve cavarsela da solo, e ce la fa, ha dovuto imparare. A qualche metro dal negozio un gruppo di ragazzi con la testa rasata e i pantaloni tirati alle caviglie si raccontano le loro bravate notturne, e ora si preparano alla prossima uscita, parlano come se non avessero mai avuto niente da perdere, e in questo realizzo la loro solitudine e la loro enorme sfortuna ed efficienza.
Ma Antonio no, ha deciso di rimboccarsi le maniche ed è andato avanti. Mi porge le sigarette e mi dice contento che ha deciso di andare via, qua non c’è futuro, non c’è prospettiva, un po’ per la gente, un po’ per la crisi. Gli auguro buona fortuna e gli dico di non tornare più, scherzando, augurandoglielo, perché poi quando senti alcune cose, ti viene davvero voglia di andare via.
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Nel mio quartiere ci sono bambini che vivono la loro infanzia giocando a pallone per strada tra i militari. Dopo l’ultimo, ennesimo, agguato il governo ha deciso di installare nelle piazze militari, come spauracchi supereroi che dovrebbero contrastare il crimine (ma il governo forse è poco informato, perché a quanto pare non sa che chi di competenza si organizza diversamente, e questo lo dicono i fatti). Ed è, scusatemi per questo, divertente, osservare alcuni movimenti nuovi dati dalla nuova piazza. Avete mai sentito parlare della “plasticità cerebrale”? Immaginate il nostro cervello come un enorme quartiere e che una parte di esso venga danneggiato, in questo esempio dai militari, cosa succede? Che alcune zone, prima predisposte a un compito specifico, ora iniziano a lavorare in sostituzione a quelle danneggiate, e diventano pure più forti. Se una piazza di spaccio viene chiusa, cosa immaginate che succeda? Ecco i militari. A uno di loro chiedo di poter fare una foto per il mio articolo, mi risponde un ragazzo gentile, occhialuto, avrà avuto non più di venticinque anni. Mi dice che non è possibile per ragioni di sicurezza. Intorno i bambini giocano a pallone, loro hanno imparato a non fare differenze tra un Super Santos e un AK47, quello è il loro spazio e non hanno altro, così se lo prendono, militari o no.
A terra il sangue lavato dell’ultimo morto ucciso è diventato soltanto trasparente, consumato dai tacchi dei fedeli che entrano in chiesa, perché il sangue viene sempre via, parole o no, fucili o preghiere che siano.
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Io da napoletano ho imparato a vedere il bello, e poiché voglio il bene della mia città disprezzo la tradizione se radicata prepotentemente. Allora iniziamo a parlare di normalità, a riconsiderare il concetto. Parliamo di realtà, delle persone che lavorano realmente, dei successi dei nostri prodotti di sempre, delle bellezze che la storia ci ha preservato da secoli, dei turisti che continuano a venire nonostante i giornali, delle file chilometriche alle nostre pizzerie e alle nostre pasticcerie, dei teatri che coinvolgono i bambini, della signora con le buste della spesa pesanti che si riposa, e pure dei panni “spasi” che non hanno mai avuto bandiera. Parliamo, e continuiamo a farlo, alziamo pure la voce, che non ci è mai mancata, facciamolo, mettimmel’a figur ‘e merd’, perché la camorra è una montagna di merda.

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Carol Cristi Ateo, vegetariano, accarezzatore di gatti, fotografo di bagni pubblici, poeta mai per scelta, psicologo in divenire, a volta cammino. Nel tempo libero intreccio fiori e invio foto oscene.
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*I fatti qui raccontati vogliono descrivere le idee e la personalità di chi parla. in nessun caso bagni pubblici intende prendere posizioni riguardanti idee politiche, religiose e di qualsiasi altro tipo a meno che non venga espressamente dichiarato dal sottoscritto. pertanto declino ogni responsabilità dovuta ad affermazioni o ad azioni compiute dagli intervistati che potrebbero urtare la sensibilità di qualcuno. Carol Christi